Il nuovo Contratto Collettivo del 2023 ha rivoluzionato le regole delle trade NBA, introducendo i famosi “apron” – veri e propri tetti salariali che limitano cosa le squadre possono fare sul mercato, soprattutto in vista della deadline del 5 febbraio. In pratica, questi apron dividono le franchigie in categorie rigide: chi è sotto può spendere di più liberamente, chi è sopra ha mani legate per evitare che le superteam dominino troppo. Il risultato? Squadre come Celtics o Jazz hanno eccezioni da milioni per prendere giocatori gratis, mentre altre come Knicks o Warriors devono stare attente a non sforare. In vista della trade deadline, ecco allora una spiegazione ispirata da ESPN di cosa sono gli apron e, di conseguenza, di quali franchigie avranno più flessibilità sul mercato rispetto alle altre.
Sopra il secondo apron: zero aggregazioni
Le franchigie che superano il secondo apron – il limite più severo – sono le più vincolate, ma paradossalmente possono ancora acquisire il 100% dello stipendio del giocatore in arrivo senza aggregare contratti altrui. L’esempio più significativo di questo sono i Cleveland Cavaliers, che possono prendere un giocatore scambiando dollaro per dollaro con chi esce, ma non possono “impacchettare” più giocatori uscenti per far quadrare i conti.
Sopra il primo apron, al 100%
New York, Dallas, Golden State, Minnesota e Boston sono oltre il primo apron ma sotto il secondo: godono del 100% di acquisizione di salario in entrata senza aggregazioni, con paletti sulle trade exception se rischiano di superare i tetti. Una trade exception è un credito creato da una precedente scambio: quando una squadra cede un giocatore pagando più di quanto riceve, quel “buco” nel salary cap diventa un’eccezione che permette di acquisire un nuovo giocatore senza dover inviare indietro un salario equivalente, assorbendolo direttamente nel bilancio. Boston usa la sua da 22,5 milioni creata dopo il 1° luglio, i Mavericks hanno invece 11 milioni inutilizzabili: queste contender hanno muscoli, ma il CBA le lega stretto nelle trade multilaterali.
Al limite del primo apron: flessibilità con riserve
Toronto, Philadelphia e Lakers operano al limite del primo apron, acquisendo il 100% dello stipendio in arrivo senza grossi ostacoli, purché non scivolino oltre. È una zona di flessibilità relativa, dove pianificare bene fa la differenza per assorbire talenti senza toccare i core dei roster. Lo stesso vale per Orlando, Houston e Clippers che sono vicine al limite ma ancora “sicure”: queste squadre hanno le mani legate solo se una mossa le spingesse oltre il primo apron, altrimenti navigano tranquille.
Ben sotto l’apron: massima libertà
La fascia più numerosa è quella “calda”, delle franchigie che non hanno superato il primo apron, con squadre come Atlanta, Charlotte, Chicago, Denver, Detroit, Indiana, Memphis, Miami, Milwaukee, New Orleans, OKC, Phoenix, Portland, Sacramento, San Antonio, Utah e Washington. Tutte queste squadre sono lontane dal primo apron e operano con i tre bracket classici legati solamente al salario in uscita, senza apron a frenarle. Hanno la via spianata per trade aggressive, usando nontax, biannual o room exception se non hanno già speso la signing exception estiva. E c’è un jolly: veterani al minimo come Chris Paul possono essere presi senza salary in uscita, semplificando tutto.
Più in particolare, i tre scaglioni basati sullo stipendio uscente sono i seguenti: fino a 8,27 milioni di salario uscente, puoi prendere in entrata il 200% più 250mila; tra 8,27 e 33,1 milioni, il salario uscente più 8,5 milioni; oltre 33,1, il 125% più 250mila. Atlanta ha 13,1 milioni di eccezione, Jazz 18,4, Heat 16,8, Pistons 14,1 e Pelicans pure 13-13,5: queste possono “assorbire” un giocatore senza inviare salary pari, un vantaggio enorme per chi vuole rinforzarsi senza toccare i titolari. Ma guai a hard-cappare se si sfora.
In una NBA sempre più matematica, questi apron non sono solo numeri: decidono chi può cacciare per un All-Star e chi deve accontentarsi di minimum o buyout. Le eccezioni da 20+ milioni di Celtics o Jazz aprono scenari da blockbuster unilaterali, mentre Warriors o Knicks vivono di calcoli ossessivi per non autodistruggersi. È il nuovo mondo delle trade, dove il salary cap (spiegato QUI) è re assoluto.





