Esistono dichiarazioni che rompono la narrativa classica dello sportivo “nato con la palla in mano”, e quella rilasciata da Carlton Myers nell’ultima puntata di The BSMT con Gianluca Gazzoli è una di queste. Myers, un’icona assoluta della pallacanestro europea, ha ammesso candidamente di non aver mai nutrito una vera “passione” per lo sport che lo ha reso celebre. Un’affermazione controversa che ribalta l’idea del sacrificio alimentato dal fuoco sacro, sostituendolo con un concetto molto più semplice e, per certi versi, più puro: il divertimento.
Questa mancanza di “idolatria” verso il basket si rifletteva anche nel suo rapporto con i miti della disciplina. Mentre il mondo intero venerava Michael Jordan, Myers era talmente focalizzato sul proprio percorso da rifiutare persino l’occasione di incontrarlo, preferendo evitare cene di gala o di indossare le scarpe col marchio di un altro, per puro orgoglio sportivo. Le sue parole nel podcast sono state una doccia fredda per i nostalgici:
“Io non ho mai avuto passione per la pallacanestro. Mi divertiva, che è diverso. Ho iniziato questo sport perché un professore di ginnastica ci esortava, e ci divertivamo. Quando il divertimento è finito, ho smesso. Io in genere faccio le cose che mi diverto di fare, altrimenti non le faccio. Non avevo neanche dei particolari idoli a cui mi ispiravo… Chi era il mio idolo? Me stesso. Mi vergogno un po’ di questo egocentrismo, ma ero concentrato su quello che dovevo fare. Ho perso occasioni di conoscere personaggi tra cui Michael Jordan. Mi avevano invitato a una cena di Gran Galà a Milano: ‘Forse verrà anche Jordan, hai piacere di venire?’. No, grazie. Non volevo nemmeno mettere le scarpe di Jordan, dicevo: ‘Perché devo mettere le sue scarpe?'”.
Sentire un portabandiera olimpico dire che il basket non era la sua vita, ma solo un gioco finché è durato il sorriso, toglie ogni sovrastruttura retorica alla sua carriera. Myers non era schiavo del talento, ne era il padrone. Il suo rifiuto a Jordan e alla narrazione del “campione ossessionato” ci restituisce un uomo che ha giocato alle sue regole, ricordandoci che si può arrivare in cima al mondo anche senza venerare gli dei che lo abitano, ma semplicemente cercando di superare se stessi ogni mattina in palestra.





