Tutti conoscono la “Mamba Mentality”, ma pochi hanno avuto accesso ai momenti di solitudine in cui Kobe Bryant alimentava il proprio fuoco interiore. In una conversazione intima con Vince Carter e Tracy McGrady per il loro show “Cousins“, Lamar Odom ha condiviso un aneddoto quasi inquietante che descrive perfettamente l’ossessione del numero 24 per la grandezza, rivelando cosa sussurrasse Kobe a se stesso dopo le partite più incredibili.
“Lasciate che vi dica una cosa su ‘Bean’ [Kobe]. Eravamo a Milwaukee, aveva appena segnato il nono canestro decisivo della stagione, uno di quei tiri sulla sirena: tre, due, uno… vittoria. Eravamo sul bus dopo la partita, sapete come l’adrenalina continua a pompare forte. Lui era lì, seduto da solo, e mormorava tra sé e sé. Continuava a ripetere a bassa voce: ‘Sono meglio di Mike. Ehi, sono meglio di Mike’. Lo diceva sul serio, con una convinzione che faceva quasi paura. Io lo guardavo e pensavo: ‘Questo tizio è pazzo, è fuori di testa’. Ma era quello il suo motore. Ho imparato da lui solo stando in campo insieme; aveva una determinazione, una volontà da scienziato pazzo. Era un super predatore, ossessionato dal gioco in un modo che pochi possono capire.”
Sentire che Bryant, a partita finita e vinta, non cercasse il riposo ma la conferma della propria superiorità rispetto all’idolo assoluto Michael Jordan, sposta il velo su quanto fosse profonda la sua competizione interna. Non era un gioco per il pubblico, era un mantra privato, un sussurro nel buio di un bus a Milwaukee che spiega perché, per Kobe, arrivare secondi non è mai stata un’opzione contemplabile dalla sua biologia.
