HomeNBAMike D'Antoni nella Hall of Fame: Milano è dove tutto è iniziato

Mike D’Antoni nella Hall of Fame: Milano è dove tutto è iniziato

La canottiera rossa con il numero 8 è appesa al soffitto del Forum di Assago. Mike D’Antoni è già leggenda a Milano, e ora lo sarà anche ufficialmente: il 4 aprile è stato annunciato il suo ingresso nella James Naismith Hall of Fame. Una carriera da visionario, riconosciuta nella categoria “contributors”, per aver contribuito all’evoluzione del basket moderno e per aver influenzato il gioco attraverso l’innovazione.

Concetti come “small ball”, “seven seconds or less”, “pace and space” sono oggi considerati ovvietà nel basket. D’Antoni li ha trasformati in una filosofia di gioco quando guidava i Phoenix Suns, sfidando lo scetticismo generale. Il merito, come lui stesso ammette, è anche dell’NBA: «In realtà l’idea mi era venuta da coach a Milano. Avevamo perso sei partite di fila e mi sono detto che dovevo cambiare tutto. Ho pensato che avremmo dovuto velocizzare il gioco».

Milano, amore vero

D’Antoni è nato negli Stati Uniti, ma Milano è diventata la sua seconda città — anzi, come dice lui stesso, è qualcosa di più: «È amore vero. Milano mi ha accolto come un figlio. Ho conosciuto mia moglie Laurel, nostro figlio è nato alla Macedonio Melloni. Milano è la mia città».

Con l’Olimpia ha vinto tutto: due scudetti, Coppe Italia, una Coppa Intercontinentale. Ma a tenere un posto speciale nel cuore è il Torchietto, il trofeo che si assegnava dopo ogni partita. «Il Torchietto era tutto. Dopo ogni partita eravamo tutti insieme a cena, nascevano amicizie, si cementava un gruppo». Tra i compagni di quel blocco cita Dino e Boselli, e ricorda gli avversari che sapevano che non riuscivano a fermarlo.

«Con lui e con Meneghin, con Premier, con Boselli, con coach Dan Peterson. Li avrei chiamati tutti, ma a presentarmi devono essere dei membri della Hall of Fame.»

Dan Peterson, in particolare, resta un riferimento costante. «Certo, Dan Peterson mi tiene sempre informato», dice D’Antoni, che definisce il sistema 1-3-1 una grande invenzione del suo ex allenatore: gli avversari si mettevano paura da soli, rincorrendo palloni sui palloni.

Il futuro: aiutare l’Europa, tornare spesso in Italia

D’Antoni ha firmato con la NBA per supportare lo sviluppo del basket europeo, il che lo porterà a essere spesso nel continente. «Ho firmato per aiutare la NBA nello sviluppo, quindi sarò spesso in Italia». Un ritorno che i tifosi dell’Olimpia sembrano già sperare sia qualcosa di più concreto: negli ultimi anni il club ha il problema del playmaker, un ruolo delicato che D’Antoni conosce bene per esperienza diretta.

Sulla difficoltà di trovare buoni playmaker oggi, la risposta è netta: «Il basket è diverso, i giocatori sono diversi. Tutto si è evoluto: ci sono più talenti, fisici migliori. Meglio? Peggio? Credo che il basket sia andato avanti». E sul pick’n’roll, la sua firma tattica: «Sì, anche se ormai il pick’n’roll si fa in mille modi diversi».

A 75 anni, D’Antoni guarda avanti con la stessa lucidità con cui ha sempre letto il gioco. La Hall of Fame è il sigillo su una carriera che ha cambiato il basket, ma Milano — quella canottiera rossa appesa al Forum — resta il punto di partenza di tutto.

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