Negli ultimi anni, gli Oklahoma City Thunder si sono trasformati in qualcosa che pochi avrebbero previsto: la squadra che il resto della lega ama odiare. Un ruolo nuovo, inaspettato, ma in qualche modo guadagnato sul campo e fuori.
Il percorso è stato lungo. OKC ha accumulato pick su pick, ha sviluppato giovani talenti in silenzio e ha costruito un roster coeso attorno a Shai Gilgeous-Alexander, oggi uno dei giocatori più dominanti della NBA. Ma con la crescita sportiva è arrivata anche una reputazione diversa: quella di una franchigia che non si fa scrupoli a giocare duro, a difendere con intensità fisica e a non concedere nulla agli avversari.
Una squadra che non si fa voler bene
Il problema, se così si può chiamare, è che i Thunder vincono e lo fanno in un modo che irrita. La difesa aggressiva, i falli contestati, l’atteggiamento competitivo portato all’estremo: tutto questo ha contribuito a costruire un’immagine da “cattivi” della lega. Non nel senso delle vecchie Bad Boys di Detroit, ma in quello più moderno di una squadra che gli avversari trovano fastidiosa da affrontare e difficile da battere.
Anche il tifo avversario ha iniziato a identificarli come il bersaglio da abbattere. Quando una franchigia giovane smette di essere la cenerentola simpatica e diventa una potenza concreta, il trattamento cambia. E OKC ha attraversato esattamente quella soglia.
Il prezzo del successo
Diventare i nuovi “villain” della NBA non è necessariamente un problema per i Thunder. Anzi, in certi ambienti è quasi un riconoscimento. Significa che le altre squadre ti rispettano abbastanza da temerti, che il tuo stile di gioco lascia il segno e che non sei più una comparsa nel panorama della lega.
La franchigia ha costruito qualcosa di solido, forse più solido di quanto molti volessero ammettere. E ora Oklahoma City si trova in una posizione inedita: non più la piccola franchigia del Midwest da sottovalutare, ma una delle realtà più scomode dell’intera NBA.
