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Mike D’Antoni nella Hall of Fame: molto più di “seven seconds or less!

Nell’estate del 2004, Mike D’Antoni aveva 53 anni e un record da head coach NBA di 35 vittorie e 76 sconfitte. La prospettiva di una futuro inserimento nella Basketball Hall of Fame sembrava, eufemisticamente, remota. Eppure questo fine settimana D’Antoni entra a Springfield, e chiunque abbia seguito il basket degli ultimi vent’anni sa esattamente perché.

La rivoluzione di Phoenix: quando tutto cambiò in 35 partite

Nessun allenatore in nessuno sport, nell’ultimo mezzo secolo, ha sconvolto una lega professionistica con la stessa brutalità con cui D’Antoni lo fece nell’autunno del 2004. Prese i Phoenix Suns — 29 vittorie l’anno prima, molti degli stessi giocatori, con Steve Nash al posto di Stephon Marbury — partì 31-4. Dopo 35 partite, i Suns avevano già superato il totale di vittorie dell’intera stagione precedente.
Sul piano offensivo, fu qualcosa senza precedenti: Phoenix guidò la lega in efficienza offensiva con un margine sulla media di +8,4 punti ogni 100 possessi, secondo dato migliore nella storia NBA fino a quel momento. “seven seconds or less” è la formula che sintetizza quell’esperienza per chi ha bisogno di una scorciatoia, ma è anche la descrizione meno interessante di ciò che D’Antoni costruì davvero e che è riassunta anche in un bellissimo libro.

Certo, i Suns giocavano veloci — cinque possessi in più a partita rispetto alla media della lega. Ma la vera rivoluzione era altrove: nel pace-and-space. D’Antoni schierò Shawn Marion da ala grande a 2,01 metri e 95 chili in un’era di giganti come Shaquille O’Neal e Tim Duncan, portò Amar’e Stoudemire da centro, circondò il campo di tiratori e costruì il pick-and-roll con Nash come arma sistematica, non occasionale. Nessuno giocava “four out” in quel modo. Nessuno bombardava da tre come facevano i Suns — il 28,9% dei propri tiri dall’arco, il doppio rispetto a sette squadre avversarie.
Il parametro che gli analisti chiamano “Moreyball rate” — la percentuale di tiri presi oltre l’arco o nell’area ristretta — dice tutto: nella stagione 2003-04 la media NBA era al 48,6%, i migliori arrivavano al 54,6%. I Suns di D’Antoni toccarono il 58,9%. Nell’ultima stagione, i Boston Celtics erano al 71,3% e persino una squadra mediocre come Portland era al 70,6%. Quella traiettoria parte da Phoenix nel 2004. La cosa più straordinaria è che ci vollero circa dodici anni prima che il resto della lega capisse di dover giocare allo stesso modo.

Houston e il secondo capitolo: liberare Harden

Quando D’Antoni arrivò a Houston nell’estate del 2016, era un allenatore con qualcosa da dimostrare. Le esperienze con Lakers e Knicks non erano andate come sperato, e molti pensavano che il suo successo a Phoenix fosse stato più una questione di fortuna e contesto che di vera genialità tattica. Quello che costruì coi Rockets è la risposta definitiva a quei dubbi.
Daryl Morey, allora GM di Houston, aveva intervistato almeno una dozzina di candidati prima di sceglierlo. Cercava un partner e un innovatore. Lo trovò. D’Antoni mise letteralmente la palla nelle mani di James Harden e si fece da parte: il suo usage rate passò dal 32,5% pre-D’Antoni al 34,2%, poi al 36,2%, poi a un incredibile 40,5%. Harden guidò la lega in assist nel primo anno e in punti nei tre successivi, stabilì il record assoluto di 1.028 triple tentate in una stagione nel 2017-18 — un primato che regge ancora, con il miglior inseguimento di Steph Curry fermo a 876 nel 2023-24.

Quei Rockets tiravano da tre a livelli mai visti: nelle ultime tre stagioni con D’Antoni superarono il 50% dei tiri dall’arco, le uniche volte nella storia NBA fino a quando i Celtics li superarono nel 2024-25. Persino Chris Paul, maestro del tiro dal gomito, abbracciò la filosofia del tiro da tre con Houston, alzando la sua percentuale di tentativi dall’arco ben oltre qualsiasi suo precedente in 21 stagioni.
D’Antoni non ha mai vinto un titolo. I suoi Suns e i suoi Rockets sono probabilmente le due squadre più forti di questo secolo a non aver alzato il trofeo. La sospensione di Stoudemire e Boris Diaw nelle semifinali 2007 contro San Antonio e l’infortunio di Paul contro Golden State nel 2018 restano i due rimpianti più brucianti. Ma è difficile nominare più di due o tre allenatori degli ultimi cinquant’anni che abbiano lasciato un’impronta più profonda sulla pallacanestro di D’Antoni.

D’Antoni ha cambiato il basket non una volta, ma due — prima con i Suns nel 2004, ridisegnando completamente la filosofia offensiva di un’intera lega, poi con i Rockets nel 2016, dimostrando che la prima rivoluzione non era stata un caso. Il basket che vediamo oggi — con i suoi pick-and-roll sistematici, i lunghi che tirano da tre, i piccoli che giocano da ala grande — ha le sue impronte digitali ovunque. Benvenuto nella Hall of Fame, Coach.

Simone Mazzola
Simone Mazzola
Simone Mazzola è ideatore e fondatore di Backdoor Podcast. Giornalista pubblicista iscritto all'albo, segue e racconta il basket quotidianamente da oltre vent'anni. Nel corso della sua carriera ha collaborato con redazioni del calibro di FoxSports e del sito italiano NBA. È inoltre autore del libro "American Dream: un infiltrato alle NBA Finals".X: https://x.com/mazzola_simone IG: https://www.instagram.com/datruth84/

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