HomeNazionaleSimone Fontecchio riparte da Miami e dall'Italia: "Siamo una squadra operaia"

Simone Fontecchio riparte da Miami e dall’Italia: “Siamo una squadra operaia”

C’è un dettaglio che racconta molto di Simone Fontecchio prima ancora che lui apra bocca. Sulla maglia azzurra di questa edizione speciale, realizzata per celebrare il centenario della Nazionale, compaiono in piccolo i nomi di tutti i 490 giocatori che l’hanno indossata. Il suo c’è, naturalmente. Ma c’è anche quello di suo padre Daniele. Una storia di famiglia cucita letteralmente sul tessuto.

Fontecchio è a Trento per questa finestra di qualificazioni al Mondiale 2027 in Qatar: venerdì l’Italia affronta la Bosnia a Tuzla, lunedì prossimo invece si gioca a Pesaro contro la Serbia. È la prima volta che il giocatore degli Heat lavora con Banchi in panchina, dopo una stagione NBA che ha lasciato strascichi e insegnamenti, come ha dichiarato a La Gazzetta dello Sport:

“Significa rappresentare certi valori, che sono quelli che mi ha trasmesso la mia famiglia: umiltà, spirito di sacrificio, serenità e personalità. Cose a cui tengo molto e spero si riflettano anche in campo”.

Fontecchio: Miami, il numero 0 e le lezioni di una stagione difficile

L’estate di Fontecchio è stata segnata da una scelta precisa: restare a Miami, anche a condizioni economiche ben al di sotto di quello che il mercato avrebbe potuto offrirgli. Il contratto firmato con gli Heat vale 2,6 milioni di dollari, una cifra tre o quattro volte inferiore a quanto sarebbe stato ragionevole aspettarsi. L’idea di tornare in Europa non è mai entrata in gioco. La priorità era una sola:

“La mia volontà era rimanere in NBA, possibilmente a Miami”.

A Miami ritroverà anche Giannis Antetokounmpo come compagno di squadra. In questa nuova avventura ha scelto il numero 0, lasciandosi alle spalle l’esperienza a Detroit: “L’ho voluto perché è un nuovo inizio, una nuova sfida”, aveva spiegato alla Gazzetta in ottobre, “ripartire da zero con la mente libera, zero pensieri e solo dare il meglio”. In Nazionale continua invece a portare il 13, lo stesso numero di sempre — quello che in carriera ha indossato anche ispirandosi a Giacomo Galanda, come ricorda lui stesso.

La stagione scorsa non è stata lineare. Il rientro di Herro gli aveva tolto spazio, e Fontecchio ha dovuto fare i conti con un ruolo discontinuo. Ma la lettura che ne dà oggi è quella di chi ha metabolizzato la lezione:

“Le stagioni NBA sono lunghe, strane e può succedere di tutto. L’anno scorso ho alternato momenti in cui ero un pezzo fondamentale della rotazione ad altri in cui ero fuori. Ho imparato ad abbracciare questo ruolo in questo mondo: la NBA non è per tutti, non è semplice, ma se ci vuoi stare devi accettare certe dinamiche. Io a quasi 31 anni le ho accettate completamente, ho le spalle abbastanza grosse”.

Un modello a cui guarda con ammirazione è Bell, citato come esempio di longevità costruita sul lavoro quotidiano: tredici anni in NBA conquistandosi ogni singolo minuto. “È la dimostrazione che non mollare è la chiave”, dice Fontecchio.

Il cammino verso il Qatar e il sogno di Los Angeles

Sul fronte azzurro, l’Italia arriva a questa seconda fase di qualificazioni da una posizione solida: cinque vittorie e una sconfitta nella prima fase, chiusa da capolista del proprio girone. Ora il gruppo si allarga, con le tre qualificate del girone abbinato — Turchia, Serbia e Bosnia — e i risultati della prima fase che si portano dietro. La Turchia guida la classifica a punteggio pieno (6-0), l’Italia segue a 5-1, davanti a Serbia (4-2), Lituania e Islanda (3-3) e Bosnia (2-4). Gli azzurri hanno lo scontro diretto favorevole con Lituania e Islanda.

Fontecchio descrive un’Italia che non può permettersi di affidarsi solo al talento individuale, e che ha trovato la propria identità altrove:

“Siamo una squadra che deve conquistarsi ogni singolo possesso, andando ad aggredire gli altri. Possiamo avere meno talento di team come la Serbia, ma abbiamo un’identità difensiva chiara, che si è vista e ci deve caratterizzare. L’Italia è una squadra operaia che partendo dalla difesa riesce a trovare fiducia e gli sprazzi di talento che abbiamo”.

Sul piano individuale, l’estate è servita anche a costruire un lavoro specifico con Adam Filippi, che fa parte anche dello staff azzurro: attaccare in movimento, la transizione, il post basso, muoversi senza palla. L’obiettivo è creare vantaggi per sé e per i compagni, “attaccare ogni possesso”, come chiede il coach:

Sullo sfondo c’è un sogno più grande, quello che Fontecchio definisce “nel cassetto”: un’altra Olimpiade, possibilmente a Los Angeles. “È ancora più difficile”, ammette, “andiamo per gradi”. Prima, però, c’è un Mondiale da conquistare:

“L’importante è che queste due partite vadano bene”, dice. “Sappiamo che il cammino non è facile”.

Stefano Sanaldi
Stefano Sanaldi
Quello con la palla a spicchi è stato amore a prima vista. Una volta appese le scarpe al chiodo, ho deciso di allenare le nuove generazioni per rimanere in questo fantastico mondo. E poter scrivere di pallacanestro è un piacere e un onore.

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