Ci sono partite che contano più di altre. Ne sa qualcosa Achille Polonara, che ha partecipato al Festival della cultura sportiva di Rimini, protagonista dell’incontro «Il mio secondo tempo» per raccontare la propria storia. L’ex cestista, che ha dovuto combattere prima contro un tumore nel 2023 e poi contro la leucemia mieloide nel 2025, si è ritrovato ad affrontare le battaglie più dure della sua vita.
Oggi, dopo aver superato diverse complicazioni, sta bene ed è diventato un esempio di resilienza e perseveranza. A causa dei problemi di salute ha dovuto abbandonare, il 4 maggio di quest’anno, la carriera da giocatore ma, per non allontanarsi dal suo mondo, ha scelto di intraprendere quella di allenatore.
Nel corso della sua carriera ha vinto una Supercoppa italiana, una FIBA Europe Cup, un campionato spagnolo e un campionato italiano. Per il suo percorso ha ricevuto un premio alla presenza dell’assessora regionale al Turismo Roberta Frisoni e dell’assessore comunale allo Sport Michele Lari.
Polonara, l’addio al campo e la forza di guardare avanti
A chi gli chiede come sia nata la passione per la pallacanestro, Polonara ricorda gli esordi legati alla famiglia:
«Per via di mio fratello, giocava a questo sport. I miei genitori lo seguivano molto nelle varie partite che faceva in giro per l’Italia, quindi io sono cresciuto nei campi da basket. Ricordo che a fine partita andavo sempre a fare due tiri». Un amore che ha reso la decisione di ritirarsi ancora più complessa: «È stato devastante. Ma è una scelta che ho accettato».
La malattia ha inevitabilmente cambiato la sua scala di valori e il modo di affrontare la quotidianità, come ha dichiarato a QS Resto Forlì:
«Sicuramente ci sono delle cose che prima vivevo in modo diverso. Adesso magari una semplice passeggiata con i miei figli la apprezzo molto di più rispetto a prima quando davo tutto per scontato».
Riavvolgendo il nastro della sua battaglia, Polonara individua chiaramente il momento più critico del percorso medico:
«È stato il post coma. Anche se le cose andavano meglio, avevo una specie di rifiuto mentale verso il cibo e il bere. È stato un momento molto difficile».
Un’esperienza profonda che ha toccato anche il suo approccio alla sfera spirituale e alla vita di tutti i giorni:
«Onestamente sono sempre stato molto credente, ma dopo che mi sono successe queste cose lo sono di meno, nonostante comunque capisca che si parla di miracolo se sono ancora qua». Oggi guarda avanti con orgoglio, mettendo gli affetti al centro di tutto: «Il traguardo di cui vado più fiero? Essere diventato genitore». E sul legame speciale con la città che lo ha ospitato conclude: «Non penso di esserci mai venuto a giocare, ma è una di quelle città dove ha giocato mio fratello, quindi per me questo posto ha un grande valore, perché è uno dei luoghi dove mi sono appassionato al basket».





