Guido Bagatta, voce storica della pallacanestro italiana, è tornato a parlare dello stato di salute del basket nel nostro paese intervenendo a Tutti Convocati. Un intervento duro, diretto, che tocca nervi scoperti difficili da ignorare.
Il punto di partenza è il derby di EuroLeague tra Milano e Bologna, giocato davanti a un palazzetto tutt’altro che pieno. Per Bagatta, quella immagine racconta tutto:
«Non esiste che quella partita non sia tutta esaurita con la fila fuori e i bagarini. Non esiste.»
L’obiettivo, secondo lui, deve essere uno solo: avvicinare al basket chi il basket non lo segue. Perché la disciplina, in Italia, è scivolata all’ottavo posto tra gli sport più seguiti, per una combinazione di proprie mancanze e della crescita degli altri.
Uno sport di enclave che si è sparato sui piedi
La diagnosi di Bagatta è precisa: la pallacanestro italiana è uno sport che funziona solo dentro i propri confini geografici. Pieno a Treviso, pieno a Scafati, ma già a pochi chilometri di distanza nessuno sa cosa succede. Un fenomeno locale, chiuso in se stesso, che non riesce a costruire un pubblico nazionale.
E la causa principale, per lui, è una sola: l’assenza dalla televisione in chiaro.
«Il basket italiano che non va in chiaro è il principale motivo per cui chi non va al palazzetto non sa nulla. Il football americano italiano andrà su Rai Sport — hanno già chiuso l’accordo. È possibile che la pallacanestro non ci riesca?»
A chiudere il ragionamento, un dato che fa riflettere: a un camp organizzato da Michele Criscitiello su Sportitalia erano presenti quaranta ragazzi. Solo tre sapevano chi avesse vinto l’ultimo campionato italiano di basket. Per Bagatta, quella è la prova più concreta che il tempo per agire è adesso.







