Con la firma di Jalen Duren, che ha accettato il quinquennale da 200 milioni di dollari offerto dai Detroit Pistons, l’ultimo pezzo pregiato della free agency 2026 è uscito dal mercato. I training camp sono ormai avviati e chi è rimasto senza contratto rischia di restare ai margini delle rotazioni. Eppure, tra i giocatori ancora disponibili, ci sono profili che meritano attenzione. Nessuno di loro è un candidato per un ruolo da protagonista, ma ciascuno potrebbe ritagliarsi uno spazio utile nel roster di diverse franchigie.
Vince Williams Jr. e Lindy Waters III: talento in attesa
Vince Williams Jr. è fermo per un motivo esclusivamente fisico: la rottura del legamento crociato anteriore subita lo scorso febbraio lo terrà fuori per buona parte della stagione 2026-27. Prima dell’infortunio, con Memphis aveva messo a referto 8,0 punti e 4,4 assist di media, dimostrando di poter incidere soprattutto quando inserito nel quintetto titolare. Nella stagione 2023-24, da starter, aveva toccato quota 10,0 punti, 5,6 rimbalzi e 4,4 assist in 27,6 minuti. Il nodo principale resta il tiro dall’arco: in carriera viaggia al 32,2%, ma in quella annata di svolta era salito al 37,8%. Se dovesse ritrovare quella mano, il suo valore potrebbe aumentare. In ogni caso, la sua solidità difensiva contro avversari più alti e le sue capacità di regia lo rendono un profilo interessante.
Lindy Waters III non è riuscito a conquistarsi un posto nelle rotazioni dei San Antonio Spurs campioni della Western Conference, ma ha qualità spendibili altrove. La sua annata migliore risale al 2023-24 con Oklahoma City, quando in 38 partite ha tirato con il 47,1% dal campo e il 43,5% da tre. In carriera dall’arco si attesta su un buon 36,3%, e il suo gioco ha ricevuto elogi significativi.
«Non è solo perché è un buon tiratore. È un ottimo giocatore di basket. I tiri che non prende grazie alla sua pazienza, i tagli verso il canestro, l’impegno che mette in difesa: è questo che lo rende speciale»
Così lo aveva descritto Steve Kerr nel 2024, quando Waters vestiva la maglia dei Warriors. Non scelto al draft 2020, ha accumulato quasi 200 presenze in NBA a forza di sacrificio e gavetta in G League: un percorso che testimonia un’etica del lavoro fuori discussione.
Vincent, Love e Curry: veterani con qualcosa da offrire
Gabe Vincent non è più riuscito a esprimersi ai livelli raggiunti nelle quattro stagioni a Miami, dove si era affermato come difensore affidabile e tiratore consistente, con almeno il 34% da tre in tre delle ultime cinque annate. Guardia di 188 centimetri, ha dimostrato buona continuità fisica con una media di 65 partite a stagione nell’ultimo quinquennio, al netto della prima annata ai Lakers condizionata dagli infortuni. Una franchigia alla ricerca di un playmaker esperto, capace di difendere su entrambe le posizioni del backcourt e di non tremare nei momenti decisivi, dovrebbe tenerlo in considerazione. Il fatto che Vincent abbia rifiutato un invito al training camp dei New York Knicks suggerisce che punti a ottenere qualcosa di più concreto di una semplice opportunità di prova.
Il periodo da All-Star di Kevin Love è ormai lontano un decennio, ma diverse delle sue qualità offensive hanno resistito al passare degli anni. Nella scorsa stagione con gli Utah Jazz, proiettando i suoi numeri su 36 minuti, ha prodotto 12,6 rimbalzi e 3,9 assist con il 37,3% da tre. A 38 anni non può ovviamente reggere minutaggi elevati, ma il suo impatto per minuto resta notevole. Quando era in campo, Utah segnava 3,2 punti in più ogni 100 possessi, con un incremento del rating offensivo di 6,9 punti — dato che lo colloca nel 94° percentile della lega. Non a caso, la dirigenza dei Jazz avrebbe limitato il suo utilizzo a circa 10 minuti a partita proprio per non compromettere la corsa verso una posizione di draft più favorevole. Tiro solido, visione di gioco, rimbalzo e mentalità da campione: Love può ancora dare qualcosa ovunque vada.
Infine, Seth Curry. La scelta dei Golden State Warriors di non rinnovargli il contratto, nonostante la presenza del fratello Stephen, indica che la franchigia non lo ritiene adatto al proprio progetto. Ma il suo talento balistico resta fuori discussione: la scorsa stagione, pur con minutaggio ridotto, ha chiuso con un impressionante 48,0% da tre punti. Nel 2024-25, in 68 partite con gli Hornets, aveva guidato l’intera NBA nella percentuale dall’arco con il 45,6%. Il suo 43,3% in carriera da oltre l’arco è il secondo più alto di sempre tra i giocatori che soddisfano i requisiti minimi di tentativi. Certo, i limiti difensivi e di resistenza fisica esistono, ma la NBA non ha ancora smesso di premiare un talento puro nel tiro come il suo. E c’è un dettaglio in più: qualsiasi squadra intenzionata a tentare uno scambio per Stephen Curry potrebbe trovare vantaggioso avere Seth già nel proprio roster.





