La Virtus Bologna sta scoprendo, partita dopo partita, una delle sue risorse più preziose: la capacità di affidarsi a uomini diversi nei momenti decisivi. E Alex Mumbrù, in poche settimane, ha già dimostrato di aver capito cosa ha tra le mani.
L’ultimo esempio è arrivato dal Taliercio, dove la Virtus ha consumato la sua vendetta con una prestazione corale. Protagonista della serata è stato Trent Frazier, ribattezzato dai compagni ‘Ragù’ per la sua nota debolezza culinaria, uscito alla grande dalla mano del suo allenatore. Non era scontato: nelle gare precedenti contro Olympiacos e Maxima Roma il più brillante era stato Marcus Carr, mentre a Monaco era toccato a Wendell Moore prendersi la scena. Domenica, Mumbrù ha fatto riposare il prodotto di Duke, eppure la squadra ha retto e risposto.
Un’orchestra senza primo violino designato
È proprio questa la filosofia che il tecnico bianconero sta cercando di costruire. La stagione scorsa, nei momenti di massima tensione, il riferimento era Carsen Edwards, poi ceduto. Mumbrù invece ha scelto una strada diversa: distribuire le responsabilità, non concentrarle su un solo uomo. Nel post partita di Venezia lo aveva detto con chiarezza:
«In questa squadra ci sono elementi diversi che possono risolvere le partite. Chi è il go-to-guy? Non ce n’è uno designato. Anzi, spero di averne diversi. Perché se ne avessimo solo uno, sarebbe un problema.»
Parole che trovano riscontro in quello che si vede in campo. Bobi Klintman, lo svedese, sta crescendo sul piano atletico e si è messo in mostra anche nella trasferta veneziana. Diarra è il signore degli anelli designato. Kessler Edwards lavora in silenzio ma produce. E poi c’è Tommaso Baldasso, capace di accendere la partita con scariche di energia nei momenti giusti.
Mumbrù, in questo avvio di stagione, sta dimostrando di aver letto con precisione le caratteristiche dei suoi giocatori. Il risultato, come scrive Quotidiano Sportivo, è una squadra che non dipende da un singolo interprete, ma che può trovare soluzioni diverse a seconda del momento. Un’orchestra, appunto, che esalta i solisti senza averne bisogno di uno solo.






