C’è chi arriva in Europa con un’identità ben definita e chi, invece, si ritrova a reinventarsi per rispondere alle esigenze del momento. David Duke appartiene alla seconda categoria, e lo ha fatto con una naturalezza che ha sorpreso anche chi lo conosceva bene.
Nato cestisticamente come stopper, come il giocatore da appioppare all’avversario più scomodo, l’esterno classe 1999 si è ritrovato a gestire il pallone e le redini dell’attacco della Pallacanestro Varese. Il motivo è semplice: le assenze prolungate di McDowell-White e Della Valle hanno lasciato un vuoto che qualcuno doveva colmare, e Duke si è fatto trovare pronto, come racconta in un’intervista a La Prealpina:
«Quella del regista è una posizione che non avevo mai ricoperto in precedenza nella mia carriera. Ma il mio punto di forza è la versatilità, e questo mi ha aiutato ad espandere il mio bagaglio di esperienza adattandomi in fretta a quel che c’era bisogno per aiutare la squadra. È un processo di crescita continuo, so che ci saranno errori ma sto cercando di dare il massimo fino a quando servirà.»
Da Providence alla Serie A, passando per la G-League
Il percorso di Duke è quello di un giocatore che ha cambiato pelle più volte. All’università di Providence, con la maglia dei Friars, era un realizzatore a tutto tondo: 16,3 punti, 6,3 rimbalzi e 4,8 assist di media. In G-League, con Delaware, ha toccato addirittura i 21,7 punti a partita, venendo inserito nel quintetto ideale della stagione 2022/23. Poi il tentativo in NBA: 55 presenze divise tra Boston e San Antonio, con una media di 4,2 punti. Non abbastanza per imporsi, anche per via di un contributo limitato dall’arco dei tre punti — appena il 28,2% — e di un profilo considerato troppo poco specializzato per i ritmi della lega.
In Europa, però, quella stessa versatilità che non gli aveva aperto le porte della NBA è diventata il suo valore aggiunto. E la difesa resta il terreno su cui si sente più a suo agio:
«Marcare l’avversario più forte o forzare errori rubando palloni per andare in campo aperto è stimolante ed è una delle cose che mi contraddistingue. Magari non sono tanti quelli che amano questo tipo di compito, ma appena sono arrivato a Varese ho avuto un incontro con coach Kastritis e insieme abbiamo concordato che il mio ruolo sarebbe stato quello di dare il massimo in difesa.»
Tre vittorie di fila e una squadra che cresce
L’accordo con Ioannis Kastritis era chiaro fin dal primo giorno: aggressività difensiva come punto di partenza, per alzare il ritmo e creare opportunità in transizione. Un’idea di gioco che nelle ultime settimane ha cominciato a dare i suoi frutti, con Varese capace di inanellare tre vittorie consecutive dopo la sconfitta di Trento:
«Non soltanto il roster è molto profondo, ma abbiamo tanti giocatori in grado di ricoprire diversi ruoli a seconda delle necessità. Per i primi due mesi abbiamo lavorato su assetti e gerarchie, rallentati da assenze e infortuni. Ora abbiamo trovato migliori equilibri e una buona chimica generale. I risultati sono importanti ma in questo momento contano meno della costruzione.»
L’orizzonte che Duke e i suoi compagni tengono nel mirino non è il presente, ma i playoff di Serie A e di Basketball Champions League, in programma tra aprile e maggio. Un obiettivo che, con il rientro degli infortunati, potrebbe trasformare questa Varese in qualcosa di più competitivo di quanto i risultati attuali lascino intendere.
Nel frattempo, anche la vita fuori dal campo si è assestata. La moglie Kayla e la figlia piccola lo hanno raggiunto a Varese circa quattro settimane fa, e Duke non nasconde il suo apprezzamento per la città e per il paese:
«Amo l’Italia, mi trovo benissimo qui. Varese è molto accogliente, molto ospitale e molto bella. Città tranquilla, con tanto verde, il lago e la montagna vicina e tanti posti da scoprire.»





