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Eurolega: Jarell Eddie ed il tiro da tre in valigia

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Murcia, estate 2019, quartiere benestante e tv gracchiante, nel cuore della notte, sintonizzata sul draft NBA. Ai Boston Celtics, con la 33° scelta arriva Carsen Edwards, un mortifero tiratore da tre che ben si è distinto nella March Madness. Coach Stevens commenta, col suo classico stile, che era il fit di cui avevano bisogno per aumentare la potenza di fuoco. Era il 20 gennaio di un anno prima, quando quelle stesse parole erano state pronunciate dallo stesso coach che, in un momento di emergenza, aveva deciso di chiamare – anche se ri-chiamare sarebbe il termine appropriato – un ragazzo dalla G-League, che magari vicino a canestro ci va poco, ma che dalla lunga distanza vede praticamente una vasca da bagno. Jarell Eddie, signori, l’arma dalla panchina del Fenerbahce di Kokoskov, uno che nelle sue prime 6 gare di Eurolega, ha all’attivo un notevole 13/23 da tre, a fronte di un modestissimo 2/5 complessivo da due. Un tiro da tre che ha portato in valigia, forse fin troppo, che lo ha visto viaggiare come su quei lunghi nastri degli aeroporti, dove aspetti e speri sempre che il prossimo bagaglio sia tuo, ma la probabilità che sia stato smarrito è alta quanto quella speranza.

QUANDO IL SUO TIRO DIVENTA DECISIVO…

Prendiamo la gara contro il CSKA Mosca (6/6) o quella di ieri sera contro il Maccabi (3/3). Il suo movimento è singolare, uno di quelli che toglie letteralmente qualsiasi tempo di reazione al difensore, fatto di una fucilata maligna che arriva, non sai da dove, un cecchino che vedi, ma che non puoi prevedere. Eddie ha costruito la sua carriera sulla dedizione al tiro dalla lunga distanza, prendendosi fin dalla high school della Cannon le chiavi in mano della squadra in attacco. Sono pochissimi i junior che han trovato – in fatto di high school – un minutaggio ed un rendimento così elevato, specie se non sei un giocatore devastante all around. Sempre nominato al top delle sue conference, già nella Hall of Fame di Cannon, North Carolina. Virginia Tech è il superamento di una fase, un crescendo di numeri che lo porta a superare i 1000 punti realizzati in un battibaleno, ma soprattutto la sua follia cestistica. Il punto è che i picchi di un devastante 44 percento dalla distanza si alternano a serate in cui forza comunque. Il suo istinto lo tradisce ma è quella stessa skill che gli permette di sentire l’odore del sangue, segnando quando l’avversario non può reagire.

Dopo 4 anni di college in cui ha delle serate di gloria non indifferenti, tra cui di sicuro la vittoria 61-60 contro la Miami campione ACC al supplementare in una gara persa due volte – e poi vinta all’ultimo centesimo – dai suoi, il non essere scelto al draft lo catapulta in un mondo a due facce, quello della lega di sviluppo e delle Summer League, in cui si guarda tanto al punteggio e poco al resto, motivo per cui un “tiratore ignorante” può avere il suo paradiso se trova la squadra giusta, ma anche il suo inferno se la palla ti arriva poco e male. Tagli, tanti tagli, forse troppi. Ormai non disfa la valigia, perchè lo chiama Atlanta per la prestagione e lo taglia subito dopo, il 23 ottobre è la volta di Boston (parte 1) che però dopo pochissimi giorni è costretta a tagliarlo per problemi di salary cap.

DALL’INFERNO AL DEBUTTO NBA ALL’EUROPA…

L’arrivo agli Austin Spurs, che sono una fucina di talenti gli permette di avere un contesto con giocatori di buon livello in cui esprimersi. Non è un caso che le sue percentuali aumentano e lo iscrivono di diritto al Three point Contest che vince a mani basse con una prestazione fiammeggiante, parafrasando i cronisti americani. Dopo qualche altro taglio tra Hawks e  Warriors, in cui si alternano comparsate in G League quasi sempre in maglia Spurs, riesce finalmente ad esordire con Washington, sembra un regalo di natale visto che è il 23 dicembre 2015. Il referto dice 13 punti, 4/5 da tre e vittoria da protagonista dalla panchina. Sembra la rampa di lancio, ma poi anche i Wizards lo scaricano e di qui ad una trafila di squadre minori, tra cui i Wind City Bulls, dopo una breve parentesi a Chicago, impalpabile.

E’ una notte di inizio anno quando mentre sta facendo un placido sonnellino prima di una partita con i Windy City il suo cellulare inizia a vibrare all’impazzata, è il suo agente che gli comunica che Brad Stevens ha chiesto di lui, che si può tornare a Boston e che forse questa è la chiamata giusta. Le sue aspirazioni naufragano ancora dopo l’esordio con la maglia verde irish. In totale ha poco più di 30 partite NBA ed una considerazione da mestierante del basket con la valigia sempre in mano. Stavolta il viaggio è più lungo, oltreoceano, a Strasbourg, stavolta non viene tagliato, si impone. Ed ecco la chiamata di Murcia, dove eguaglierà il record di Oscar Schmidt per numero di triple segnate (Ben 17!) in due gare consecutive.

Kokoskov lo osservava da tempo, e quando deve rimpolpare la panchina del Fenerbahce pensa a lui. Magari non sarà nè deve essere il protagonista, ma quando il CSKA se lo è trovato di fronte, nei 28 minuti sul parquet la sensazione è stata quella di un giocatore senza cittadinanza forse ma con diritto di uccidere. Un uomo in missione che ha saputo fronteggiare le avversità del magmatico mondo NBA, da cui è stato sputato più volte con una sequenza infinita di decadali mai rinnovati, ma che ora può aver trovato la sua dimensione. E se va oltre il 50% dall’arco, ben venga. Perchè sarà vero che le occasioni passano, che le squadre e le maglie si susseguono e certi sogni bisogna cacciarli nel cassetto perchè improbabili, ma continuare a giocare per passione, con costanza e migliorare una balistica fino all’inverosimile, possono essere le chiavi di volta per un ragazzo che a 29 anni, forse ha finalmente raggiunto la fine dell’arcobaleno.

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