Dopo la vittoria dello Scudetto, Shabazz Napier ha parlato ai nostri microfoni durante il Media Day celebrativo in casa Olimpia Milano. Dopo le dichiarazioni di Shavon Shields, ecco quelle dell’ex Zenit:
Ti aspettavi che i playoff italiani fossero così duri, e ti mettessero così alla prova?
Certo, nessuno vuole perdere e siamo uomini adulti. Questi sono tra gli atleti migliori contro cui puoi giocare nel mondo, quindi sapevo sarebbe stato difficile. Penso che qualche chiamata arbitrale sia stata sbagliata? Certo, ma sono di parte così come lo sono anche loro penseranno la stessa cosa. È uno sport competitivo, ma ci rispettiamo e dopo le partite entrambe le squadre si sono incontrate e mostrate rispetto a vicenda.
Hai cambiato la stagione dell’Olimpia da quando sei arrivato, te lo saresti aspettato?
Lo dico sempre, già prima che arrivassi questa era una grande squadra. Io sono solo arrivato al momento perfetto per dare ai compagni un po’ di spinta e energia. Ma mi aspettavo che questa squadra fosse grande con me o senza di me. Quando sono arrivato mi sono sentito subito bene, ho visto che questa squadra aveva componenti ottimi e volevo solo fare del mio meglio per aiutare in qualsiasi modo potevo.
Bologna ha provato a ingabbiarti durante le partite, pressandoti e mettendoti in difficoltà. Cosa ti ha detto il coach per superare questi ostacoli e come sei riuscito a gestire quei momenti?
Ho avuto l’impressione che, durante tutte le partite, cercassero di farmi stancare: puntandomi in post, facendomi commettere molti falli. Ovviamente per me è stato molto provante. Il coach ci ha solo detto di trovare dei modi di fare le cose semplici, e che dovevo continuare a lottare e cercare di ottenere qualche chiamata. Penso che come squadra abbiamo fatto un grande lavoro. Nessuno nella società pensava saremmo riusciti a batterli 4-0, sapevamo sarebbe stata una serie lunga e abbiamo fatto del nostro meglio per superare tutte le difficoltà. Che fossero loro che ci afferravano, spingevano: fa tutto parte dei playoff e delle cose che devi essere in grado di superare. Non è stato merito di uno solo, abbiamo fatto un grande lavoro collettivamente e diversi giocatori in diverse partite hanno fatto un passo avanti.
Il prossimo anno rimarrai?
Sicuramente è una questione che in tanti mi hanno posto e di cui devo parlare con la mia famiglia. Mi piace stare qui, e spero ovviamente che anche a questa squadra piaccia che io sia qui. Ma non solo io, è una decisione importante per tutta la mia famiglia.
Com’è stato per te vivere qui a Milano, in questa città per la prima volta?
È una città bellissima, c’è tutto: edifici strutturalmente molto belli, una grande cultura, persone gentili. Sono grato di tutto questo, anche se non sono riuscito ad andare in alcuni posti dove sarei dovuto andare. Ad esempio Como, non sono riuscito ad andarci ma la mia famiglia sì. Ci sono tantissime cose che mi piacciono di questo posto, non c’è niente che non mi piaccia.
Tu hai vinto due titoli con Connecticut, questo è il tuo primo titolo da professionista. Come ci si sente?
Non vincevo un campionato dal 2014 al college, sono passati 9 anni difficili: giocare in NBA, venire in Europa e subire la frattura alla caviglia, dover convivere con quell’infortunio… Questo titolo per me significa tanto, ci ho creduto nei momenti più bui in cui ero giù di morale ed è questo che distingue i campioni: lottare nella sofferenza per poi trovare un significato a tutto.





