HomeIntervisteAlfonso Plummer: "Battere il record di Klay Thompson è stato emozionante"

Alfonso Plummer: “Battere il record di Klay Thompson è stato emozionante”

Alfonso Plummer è un giocatore di grande potenziale ed emergente nel panorama europeo con la maglia di ULM. Abbiamo avuto la possibilità di intervistarlo in esclusiva per chiedergli come abbia battuto un record incredibile di Klay Thompson all’università e di come sia stata la sua carriera tra NCAA, il viaggio in Europa e il sogno NBA.
L’intervista è ascoltabile sul canale podcast Backdoor One to one dove sono raccolte tutte le interviste che facciamo a giocatori, allenatori, dirigenti e sul canale YouTube Backdoor One to One dove sono presenti tutte le interviste video.
Queste le parole di Plummer

Com’è stata finora la tua esperienza a Ulm, dentro e fuori dal campo?

È stata fantastica, davvero. Sto conoscendo tante persone, sia dentro che fuori dal campo, e questo mi aiuta a rimanere concentrato e grato per ogni opportunità. Quindi sì, sta andando molto bene.

Partiamo parlando un po’ di te. Torniamo al 2020, al torneo Pac-12: giocavi con Utah contro Oregon State. Avete perso la partita, ma tu hai segnato 35 punti con 12 triple, battendo il record di Klay Thompson. Che emozioni hai provato in quel momento?

All’epoca ero più giovane e avevo davvero tante emozioni nella testa, anche se non abbiamo vinto. È stato comunque un grande traguardo personale, perché lavoravo ogni giorno per migliorare il mio gioco. Quindi vedere quei risultati mi ha reso davvero orgoglioso di me stesso. Ricordo che ero felicissimo.

 

 

 

Dopo la tua stagione a Utah ti sei trasferito a Illinois. Quali differenze hai notato tra un college di medio livello come Utah e uno di alto livello come Illinois in termini di strutture, organizzazione e squadra? 

Onestamente credo che Utah meriti più credito. Anche loro giocano nella Pac-12, quindi è comunque una grande scuola, e le strutture erano eccellenti. Però quando sono arrivato a Illinois, ho trovato una cultura vincente: la squadra veniva da una vittoria nel torneo, c’era già un entusiasmo e un rispetto per i successi ottenuti notevoli
All’inizio è stato difficile adattarsi, perché il basket nella Big Ten è diverso rispetto alla Pac-12: più fisico e con un ritmo più veloce. Ci sono anche più giocatori atletici e di livello NBA. Ma mi sono adattato bene e ho fatto molto bene nella Big Ten.

Nel tuo anno da senior a Illinois avevate una squadra molto forte: tu, Kofi Cockburn, Coleman Hawkins, Trent Frazier e altri. Avete vinto la regular season. Cosa vi è mancato per fare strada nella postseason e nella March Madness?

Sì, abbiamo avuto una stagione molto positiva. Penso che ci sia stata un po’ di sfortuna. Non abbiamo mai avuto la squadra al completo. Corbello era un giocatore chiave e ha avuto problemi fisici per tutta la stagione, tra cui una commozione cerebrale e altri infortuni. Anche Jacob Grandison ha saltato l’ultima partita per infortunio, ed era uno dei nostri realizzatori principali. Ci è mancato davvero tanto e credo che questo abbia favorito la vittoria degli avversari.

Conclusa la tua esperienza a Illinois, sei andato direttamente in Europa: prima a Parigi, ora a Ulm. Cosa ti ha spinto a scegliere l’Europa invece che restare nella G League?

Ovviamente il mio obiettivo era arrivare in NBA, come per ogni giocatore. Ma in quel momento non era la scelta giusta per me. L’Europa ha un grande livello di basket, squadre e culture importanti ovunque tu vada. E ho pensato: se non posso arrivare in NBA adesso, voglio almeno giocare a un livello vero, competitivo. Quindi ho scelto di venire qui per provare a raggiungere il livello successivo.

Oggi molti giocatori preferiscono restare in G League anche per anni piuttosto che venire in Europa. Come vedi questa scelta?

Dipende tutto dall’incastro giusto. La G League è una grande opzione, ma per me non era quella giusta. Ho bisogno di qualcuno che creda in me, che mi metta nelle condizioni di essere efficace. E l’Europa è perfetta per il mio stile: amano i tiratori, i giocatori che aprono il campo, che costringono la difesa ad adattarsi. Per questo ho scelto subito l’Europa.

ULM è nota per far crescere tanti giovani talenti. Quest’anno ci sono giocatori come Sengen e Seraph. Che tipo di giocatori sono e che consigli daresti loro, dentro e fuori dal campo?

Sono ragazzi pronti per qualsiasi opportunità avranno dopo questa stagione. Sono forti mentalmente e fisicamente. A volte fanno domande per capire di più, e rispetto molto questo atteggiamento: imparare da chi ha più esperienza è importante.
Avere la mentalità giusta, la voglia di migliorare, l’umiltà… tutto questo ti aiuta ovunque, in Eurolega o NBA. Sono ragazzi pronti, secondo me faranno bene ovunque andranno.

Il basket europeo è noto per essere più fisico e tattico. Come hai adattato il tuo stile di gioco rispetto a quello americano?

Avevo già vissuto un’esperienza simile nella Big Ten, che è molto fisica e veloce. Quindi questo mi ha aiutato ad adattarmi rapidamente al sistema europeo. Ora sto cercando solo di migliorare sempre di più e aiutare la mia squadra a essere tra le migliori d’Europa.

Hai notato differenze nell’ambiente tra le arene europee e quelle del college?

Gioco davanti a tutto esaurito da quando avevo 19 o 20 anni, già dal junior college. Sono sempre stato in squadre vincenti, e quando vinci, la gente vuole vederti. Ho vissuto tante belle atmosfere, a Porto Rico, al college e ora in Europa. Sono grato di far parte di tutto questo.

Guardando al futuro: ti vedi ancora in Europa o speri di tornare negli USA?

Per me l’obiettivo è vincere, prima di tutto. Voglio aiutare Ulm a vincere ancora il campionato. Poi certo, spero di fare un passo avanti, magari in Eurolega, o comunque in una situazione migliore. Come tutti i giocatori, voglio sempre migliorare la mia condizione. Che sia negli USA o in Europa, voglio solo essere nel posto migliore per la mia carriera.

C’è un aspetto del tuo gioco su cui stai lavorando in particolare?

L’energia. Quando gioco con energia, faccio davvero la differenza su entrambi i lati del campo. Ma devo trovare la costanza in questo. Il talento offensivo ce l’ho, ma per essere efficace anche in difesa, devo avere sempre lo stesso livello di energia. Non è qualcosa che si insegna, è una questione mentale, e sto lavorando su questo.

Hai studiato Relazioni Internazionali all’università, giusto? È una scelta legata a un possibile futuro fuori dagli USA o era una tua passione?

All’inizio pensavo solo all’NBA. Poi ho iniziato a espandere le mie conoscenze e il mio gioco e ho capito che venire in Europa poteva essere una buona scelta. All’inizio non ci pensavo proprio, ma alla fine è stato giusto per me e per la mia carriera.

Chi ti ha ispirato da giovane?

Mio padre, prima di tutto. Ha giocato da professionista ed è stato il mio modello. Poi ovviamente Stephen Curry, che ha un gioco incredibile. Anche Damian Lillard e oggi seguo molto Trae Young: il loro stile è simile al mio, mi rivedo in loro.

C’è qualcuno che ti ha colpito particolarmente in Europa, magari affrontandolo o guardandolo in TV?

Sì, Mike James. Quando tutti parlavano di Eurolega, ho iniziato a guardare Monaco in TV e lui mi ha colpito subito. È un giocatore incredibile, crea spazio, segna tiri difficilissimi, usa i floater con altezze assurde. Vederlo mi ha fatto pensare: “questo è il livello” e mi ha ispirato a venire in Europa.

Parlando della nazionale: giochi per Porto Rico. Sembra che molti giocatori diano qualcosa in più quando vestono la maglia della nazionale. Cosa significa per te rappresentare il tuo paese? 

È tutto. Rappresenti il paese in cui sei nato, la tua famiglia, i tuoi amici, tutti ti guardano. Indossare quella maglia è qualcosa di speciale, diverso. Sono sempre grato e felice quando posso farlo. Ogni volta che ho la possibilità, lo farò.

Hai qualche rituale prepartita?

Sì, la musica è fondamentale. Sempre con cuffie o auricolari. Poi faccio tanto stretching per tenermi in salute, lavoro sul palleggio per attivare il corpo e finisco con un po’ di tiro. Lo faccio da quando ero piccolo, è la mia routine.

I cinque giocatori più forti che hai affrontato in carriera?

Tremont Waters, Norris Cole, Travis Trice, Jordan Brangers e DeMarcus Cousins.

Il tuo miglior ricordo finora in carriera?

Tre momenti: il titolo statale alle superiori, quando ho battuto il record di Klay Thompson, e il campionato vinto con Illinois.

 

 

Simone Mazzola
Simone Mazzola
Simone Mazzola è ideatore e fondatore di Backdoor Podcast. Giornalista pubblicista iscritto all'albo, segue e racconta il basket quotidianamente da oltre vent'anni. Nel corso della sua carriera ha collaborato con redazioni del calibro di FoxSports e del sito italiano NBA. È inoltre autore del libro "American Dream: un infiltrato alle NBA Finals".X: https://x.com/mazzola_simone IG: https://www.instagram.com/datruth84/

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