Nascere in Texas significa crescere con una palla ovale tra le mani. Per Zach LeDay, l’attuale colonna dell’Olimpia Milano, il basket non è stato un amore a prima vista, ma una necessità nata per riempire i mesi in cui i campi da football erano ghiacciati. Durante l’intervista al podcast Est Sports Club, LeDay ha spiegato come la sua mentalità d’acciaio sia nata nei sobborghi di Dallas, tra placcaggi e una resistenza iniziale verso quello che considerava uno sport per “rammolliti”.
“Mamma, il basket è soft”: la resistenza di un texano doc
Crescere in uno stato dove il football è una religione ha segnato profondamente l’approccio fisico di Zach. Nelle sue parole emerge chiaramente lo scontro culturale tra la durezza dei Dallas Cowboys e l’estetica della pallacanestro dell’epoca.
“Tutti dove sono cresciuto giocavano a football americano. Sono del Texas, quindi quella era la priorità numero uno… ci colpivamo a vicenda tutto il giorno, giocavamo a placcaggio. Giocavamo a basket solo perché la stagione del football era finita e avevamo bisogno di qualcosa da fare. Mia madre voleva che smettessi con il football e io dicevo: ‘Mamma, non voglio giocare a basket, il basket è soft!’. Poi però ho avuto uno scatto di crescita e ho pensato: ‘Beh, forse vediamo cosa succede, forse è il gioco che vuole me'”.
Il “miracolo” di East Dallas: l’incontro con il coach del parco
La svolta nella vita di LeDay non è avvenuta in una prestigiosa accademia, ma in un parchetto di East Dallas. È qui che un occhio esperto ha notato che quel ragazzino enorme che giocava con i “grandi” aveva qualcosa di speciale: una combinazione di forza bruta e tocco vellutato.
“Un coach mi ha trovato in un parco e mi ha detto: ‘Se prendi il basket sul serio, potresti giocare… sei fisico, hai un buon tocco’. Mi ha preso proprio dal parco a East Dallas mentre ero lì con i miei amici a giocare con i ragazzi più grandi. Mi ha chiesto quanti anni avessi: ne avevo 10, ma giocavo con i quattordicenni. Ero un ragazzino grande, così lui mi ha preso e ha iniziato ad aiutarmi con le basi: layup mano destra, mano sinistra, piccole cose del genere. Il resto è storia”.
Questo “apprendistato” ha forgiato il giocatore che oggi non teme alcun contatto in Eurolega.
• Il confronto con i più grandi: “A 14 anni mi faceva giocare con i ragazzi di 16 o 17 anni. Sono rimasto seduto in panchina per tutta l’estate”.
• La fame di competizione: “All’ultimo torneo ho detto al coach: ‘Devi farmi giocare, perché non gioco?’. Lui ha deciso di provarci, mi ha buttato dentro e ho vinto l’MVP del torneo. Da lì è decollato tutto”.
• La filosofia del lavoro: “Devi andare fuori e giocare, è così che capisci se ami qualcosa. Se metti il lavoro, l’energia e i buoni risultati arriveranno. Magari non subito, ma arriveranno”.
Questa transizione dal football al basket ha permesso a LeDay di trasformare la sua fisicità in un’arma tattica. Come lui stesso ammette, imparare i fondamentali gli ha permesso di usare il corpo non solo per colpire, ma per “battere l’avversario sul tempo”, usando il cervello per anticipare le giocate. Una lezione nata nel fango del Texas e portata fino alle vette del basket europeo.





