Pensavo che questo momento non sarebbe mai arrivato.
Queste le parole di Mario Fioretti per aprire il video di saluto all’Olimpia Milano. Sono ventidue anni di militanza all’interno della società biancorossa che, per lo sport contemporaneo, potrebbero essere paragonate più o meno a due o tre vite. Qualcosa di particolare, quasi irripetibile, una mosca bianca.
Perché Mario Fioretti, forse, una mosca bianca lo è. Non serve elencare le sue vittorie in carriera, le posizioni che ha ricoperto, sempre da assistente allenatore, ma è uno di quelli che praticamente è allo stesso livello dell’Head Coach per livello di preparazione, abnegazione e quantità di lavoro prodotto in funzione della squadra. Ma Mario non è solo un professionista esemplare, è una persona speciale, di quelle tranquille, di poche parole, ma di modi gentili, sempre disponibili e mai con una parola fuori posto o un’esternazione particolare.
Ho conosciuto Mario diversi anni fa con la “scusa” di un’intervista e da lì ho potuto, nel mio piccolissimo, conoscere una persona speciale, come poche ce ne sono nel mondo del basket. Ricorderò sempre con estremo piacere quando, con la sua solita cortesia e gentilezza mi invitò a casa sua una sera, poco dopo la sconfitta della sua Olimpia Milano contro Trento nei playoff, una pagina davvero buia del campo, ma che giocoforza bisognava mettersi alle spalle subito.
Porto scolpiti nella mente quei momenti. Ci siamo seduti a guardare la finale Trento-Venezia e mi chiese: “Tu come te la cavi con la tattica?” E io gli risposi: “Facciamo che tu parli e io ascolto. Al massimo chiedo”.
Tra una chiacchiera e l’altra si guardava la partita. Rimessa dal lato e lui mi disegnò alla perfezione cosa sarebbe successo di lì a pochi secondi. Niente di particolarmente sconvolgente visto che aveva appena scoutizzato la squadra trentina per una serie di playoff, ma erano i dettagli del racconto a fare la differenza, le spiegazioni di cosa si potesse fare in difesa su quel tipo di blocco, come avrebbero dovuto reagire quelli sul lato debole, come si sarebbe dovuto ruotare, questo e quello. Non era uno sfoggio di preparazione, ma la voglia di condividere quello che è un amore viscerale per il gioco. Questa è una frase di cui ci si riempie spesso la bocca, ma non ti comporti così se non hai qualcosa di diverso dentro. In questo caso non è un luogo comune.
“Mario stasera intervisto il tal giocatore, hai per caso qualche aneddoto da consigliarmi che nessuno sa?”
Domanda classica che spesso gli ho fatto preparando le mie interviste. Andavo a vedere e quasi tutti i giocatori erano passati da Mario in un momento della carriera. Pazzesco.
Ci sarebbero tanti altri ricordi, compreso quando l’anno scorso avevo appreso che avrebbe avuto una chance come capo allenatore. Ero elettrizzato io per lui. Poi non se ne fece nulla e rimasi deluso. Ora l’occasione è arrivata, quella panchina tutta sua, quella nuova sfida di cui parla nel video, quel momento di misurarsi come figura principale di una squadra, per dimostrare…niente. Mario non ha bisogno di dimostrare nulla, perché anche se l’esperienza da Head Coach dovesse non andare bene, non toglierebbe una virgola dalla sua carriera ricca di successi e non solo. Perché non ho mai (e quando dico mai, intendo mai) sentito nessuno avere parole diverse dall’elogio, la stima e l’ammirazione per lui. Persona prima che professionista. Possiamo stare qui a elencare gli allenatori, i campioni, i dirigenti che hanno incrociato la strada con lui, ma non sarà mai abbastanza per far capire a chi guarda da fuori chi è davvero Mario Fioretti. I tifosi si ricorderanno quando Ettore Messina, raggiunte le Final Four, lo portò in sala stampa come testimonianza vivente dell’essenza Olimpia Milano. Lui sì poteva dire di aver vissuto i momenti bui con il baratro del fallimento, le tante sconfitte cocenti in campo e i momenti duri. Quelli e le tante vittorie firmate Olimpia dell’era Armani, hanno lui come denominatore comune.
Ora l’occasione di guidare una squadra è arrivata. Derthona si porta a casa un valore inestimabile e non è un caso che Gianmaria Vacirca, lavorandoci insieme per due anni, lo abbia voluto al suo fianco per guidare la nave. Perché, passatemi il termine, non è necessario essere stronzi per essere dei vincenti anche nel mondo dello sport. Quindi con un mix di felicità, curiosità e un pizzico di dispiacere, spero che Mario possa unire all’apporto umano che porterà con sè a Derthona, anche tanti successi e soddisfazioni. Sebbene l’Olimpia Milano non uscirà mai da Mario Fioretti e Mario Fioretti non uscirà mai dall’Olimpia Milano.





