BIRIFRANGENZA E MAGNETISMO
Paradossalmente, Teodosic e Markovic hanno favorito, favoriscono e continueranno a favorire la crescita dell’anconetano. No, non ci limitiamo a considerare i consigli e le parole che i tre possono scambiarsi quotidianamente in allenamento o in spogliatoio. E non perché per gli altri due potrebbe parlare solo il curriculum. Se sul parquet ci sono Milos e Stefan, la presenza di Pajo è al contrario stimolata. Contare le primavere è operazione sempre più lunga. L’indole difensiva non è mai stato il piatto forte della casa. Finché si tratta di infilare la palla nel cesto o recapitarla nel posto migliore al momento migliore al compagno migliore, diciamo che i due maghi sanno ancora il fatto loro. Per tutto il resto, c’è Pajola. Alessandro è l’unico esterno bolognese, ancor di più dopo il ritorno in maglia Virtus di Belinelli, a non costringere la difesa a un cambio sistematico dopo ogni blocco. Alessandro consente a Djordjevic, marcando la guardia avversaria più esplosiva e atletica e non richiedendo una mole spropositata di palloni in attacco, di poter armare tutte le bocche da fuoco a disposizione senza minare gli equilibri nelle metà campo difensiva. Alessandro è modello esemplare per ogni giovane che muove i primi passi nel basket professionistico: nessuna pretesa di minuti o palloni, nessuna arroganza di fronte a colleghi più esperti e navigati, nessun istinto da prima donna in sala stampa o dietro lo schermo di un cellulare.

Che sia un grandissimo giovane uomo penso sia ormai chiaro a tutti. Ma stiamo pur sempre parlando di un giocatore di basket. Questo forse non è ancora limpido. Pajola non è forte. Pajola è fortissimo. Se lo si vede giocare, lo scetticismo iniziale è in parte giustificabile: il suo stile è tutto tranne che votato alla giocata spettacolare o al colpo a effetto. Concretezza ed efficienza sono, d’altro canto, pane quotidiano. Ramagli, Sacripanti, Djordjevic, Sacchetti: che si parli di Virtus o Nazionale, ogni coach ha saputo apprezzare la grandezza di Pajo giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, sessione aggiuntiva di tiro dopo sessione aggiuntiva di tiro. Pajola è un inno al miglioramento costante, graduale, lento ma solido. Non un fiume in piena ma un rivo dallo scorrere inesorabile. Pochi alti e bassi prestazionali ma una costanza su altissimi livelli. Solo considerando le fredde statistiche, non si spiegherebbe la centralità di Pajola nel progetto Virtus. Purtroppo, o per fortuna, i numeri non spiegano tutto. O forse sì. Miglior prestazione realizzativa di sempre in serie A? 14 punti nel derby di andata. Maggior numero di minuti in campo? 24 nel ritorno contro la Fortitudo. Guardando proprio il derby numero 110, si è percepita la netta sensazione che, senza Pajola, la Virtus non si sarebbe mai risvegliata nell’ultimo quarto, gettando al vento due punti ormai acquisiti. Ma, oltre alla tripla decisiva, lo scout non recita numeri eclatanti. Alessandro Pajola, beyond numbers.
Dalle finali di Padova al primo quintetto dell’ANGT di Roma 2015. Dal bronzo all’Europeo U16 alle chiavi della regia del fantastico argento nella spedizione egiziana dell’estate successiva, dovendosi inchinare solamente allo strapotere fisico di RJ Barrett e della selezione canadese. Dall’esordio in serie A alla bolla di Tallinn con vista Belgrado. Affinché una macchia non pregiudichi la visione di una tovaglia ricamata perfettamente, spesso si abusa del termine mela marcia. Pajola ci ricorda invece dell’esistenza dei paradossi: il sistema giovanile della pallacanestro italiana, per problemi economici e infrastrutturali, non naviga certo in acque tranquille, ma la crescita genuina di Alessandro non deve essere vista come un miraggio. È porto franco, approdo sicuro anche per naufraghi e dispersi. Qualche settimana fa la Virtus ha preso la saggia decisione di blindare Pajola con un cospicuo aumento dell’ingaggio sino al 2025. Impossibile dar torto a Baraldi e compagnia: la fiducia è ben posta. Benissimo.
22 aprile 2017. Ultima giornata di stagione regolare di A2. Virtus Bologna-Roseto Sharks. Entrambe già certe dei playoff, la partita è tranquilla. Vince Bologna, Pajola fa riposare Spissu e le guardie titolari ma non sfodera certo la prestazione della vita. Come mai ricordare allora quella data? Michele Scarponi, l’Aquila di Filottrano, ci lascia tragicamente la mattina di quella domenica, travolto sulle strade di casa da un furgoncino. Negli occhi degli appassionati brillano ancora le immagini del Giro 2016, dove il corridore dell’Astana sacrifica il successo personale nella tappa regina per consentire al capitano Nibali di vincere il Trofeo Senza Fine. Elogio del gregario perfetto. Chiamato a un’eclissi parziale per il rifulgere completo di una stella più luminosa. Coraggio nell’imporre a se stessi scelte dolorose ma mai controproducenti. Perché il bene massimo, spesso, deriva da minime rinunce. Filottrano e Ancona distano una trentina di chilometri. Marche. Mare, tanta passione per la palla a spicchi e spirito di sacrificio.





