“Hugo, Hugo”. Ventimila voci, ventimila braccia alzate all’unisono. Hugo Ariel Sconochini non correva: volava. È così che Bologna ha imparato a conoscere uno dei simboli della Virtus di fine anni Novanta. Questa la celebrazione del giocatore argentino oggi sulle pagine del Quotidiano Sportivo, a cura di Alessandro Gallo.
Nato a Cañada de Gómez il 10 aprile 1971, 200 centimetri di atletismo e potenza, Sconochini veste la maglia bianconera dal 1997 al 2001. In campionato colleziona 88 presenze e 706 punti, lasciando un segno profondo al di là delle statistiche. L’ultima stagione resta segnata dalla nota vicenda del collirio e della squalifica, che lo costringe a guardare da fuori il Grande Slam dei compagni, alimentando ancora oggi il rimpianto su ciò che avrebbe potuto essere quella Virtus con lui in campo.
Arrivato in Italia giovanissimo, Hugo conquista subito il pubblico per energia, istinto e spettacolarità. A Reggio Calabria Charly Recalcati ne intuisce il talento, a Milano e Roma affina il suo gioco, prima di vivere anche un’esperienza vincente ad Atene con il Panathinaikos. Nell’estate del 1997 approda finalmente alla Virtus Bologna, dove diventa subito una pedina fondamentale.
Sempre sorridente, spesso incaricato di marcare Danilovic in allenamento, Sconochini è protagonista assoluto nei quarti di finale di Eurolega contro la Fortitudo, miglior realizzatore del doppio confronto. Al primo anno arrivano Eurolega e scudetto. Nel secondo, la finale persa contro lo Zalgiris resta impressa per una schiacciata leggendaria: «Mi ritrovai così in alto da esserne quasi spaventato», racconterà.
Nel 2000 incrocia anche il primo Ginobili, con cui condivide lingua e visione del gioco. Con l’Argentina vincerà poi un argento mondiale e l’oro olimpico ad Atene.
Altro che soprannome folkloristico: Hugo Sconochini è stato un fenomeno vero. Per Bologna resterà sempre il Condor. O, semplicemente, “Hugo-Hugo”.





