Se cercate Jeff Brooks su Google Maps, probabilmente vi restituirà le coordinate esatte del posto giusto al momento giusto. È lì che vive cestisticamente da una carriera intera, pronto a risolvere problemi che altri non sanno nemmeno di avere.
A Miskolc, contro lo Szolnoki, è successo di nuovo: palla che danza sul ferro, cronometro che scivola via e Brooks che, con la calma di chi aspetta il tram, appoggia i due punti che valgono a Trieste la qualificazione alle Top 16 di Basketball Champions League.
Non un colpo di fortuna. Una scelta di vita. Ecco l’intervista concessa dal lungo italo-americano a Il Piccolo Trieste.
Il canestro della qualificazione: “Non avevamo ancora vinto”
I tifosi biancorossi stanno ancora riprendendo fiato, ma Jeff no. Lui aveva già cambiato pagina:
«Mancavano 0,3 secondi. Ero felice per il canestro, ma sapevo che dovevamo ancora difendere».
La freddezza è totale:
«L’unico obiettivo era non farli segnare. Juan è stato fantastico a intercettare l’alley-oop per Skeens. Solo allora ho festeggiato».
Poi il segreto, semplice come spesso lo sono le verità più grandi:
«Ho seguito il consiglio di mio padre: a volte devi solo restare dove sei».
Jeff Brooks: esperienza, calma e destino
Quel canestro è figlio di esperienza e letture:
«Se Ruz avesse preso il ferro avremmo perso, perché nessuno sarebbe stato pronto a rimbalzo. È il bello del basket».
Brooks non si prende i riflettori:
«Mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto. Ora ci godiamo la qualificazione».
Trieste lo fa con lui.
Una stagione difficile, una possibile svolta
La prima metà di stagione non è stata semplice. Brooks lo ammette senza filtri:
«Vincere fuori casa la prima partita della serie è stato un grande segnale. Poi, dopo gara-2, siamo dovuti tornare umili».
La lezione è chiara:
«Se non entri pronto, gli altri ti prendono a calci. Quel 21-4 iniziale lo dimostra».
Ma reagire e vincere la serie cambia tutto:
«Il talento c’è, ma va usato bene. Le Top 16 devono essere il nostro punto di svolta».
Europa e campionato: due mondi da gestire
Brooks separa nettamente le competizioni:
«La Champions League è una cosa, il campionato un’altra».
L’Europa, però, lascia il segno:
«È fantastico scoprire l’Europa attraverso il basket, soprattutto per i compagni all’esordio internazionale».
E Trieste è un privilegio:
«Giocare qui, in queste competizioni, è qualcosa da ricordare ogni giorno. Dal primo allenamento alla partita».
L’ancora della squadra nei momenti di tempesta
In un gruppo che cerca ancora la propria identità, Brooks sa qual è il suo ruolo:
«Io ci sono. Noi ci siamo».
Non si vende come superstar:
«Non sono il giocatore più tecnico del mondo, ma posso fare tante cose diverse e rendermi utile dove serve».
Il concetto chiave è uno solo:
«Esserci quando serve è una vera e propria skill. È una cosa che ha segnato tutta la mia vita».
Gran Canaria e il test di maturità
Ora lo sguardo è già avanti, verso la corazzata Gran Canaria, imbattuta in BCL:
«Domani capiremo davvero a che punto siamo».
Il rispetto è massimo, la paura zero:
«Vincere lì sarebbe incredibile e manderebbe un messaggio a tutto il girone: vogliamo giocarcela con i migliori».
La conclusione è da veterano:
«Ci aspetta una battaglia. Noi vogliamo fare un altro passo avanti e alimentare l’inerzia positiva».
Jeff Brooks, ancora una volta, è lì. Nel posto giusto. Al momento giusto.





