Per essere unici bisogna essere diversi. E Kobe Bryant non solo voleva essere unico, voleva essere il migliore. È stato un viaggio incredibile quello compiuto al Teatro Infinity 1 di Cremona da Federico Buffa con Otto infinito, spettacolo dedicato alla vita e alla morte di un Mamba, alla storia del miglior Lakers di sempre.
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Buffa racconta Kobe come un eroe greco, con un percorso verso la gloria che ha una circolarità epica: il primo punto della carriera fu un tiro libero, e l’ultimo, vent’anni dopo, fu ancora un tiro libero. A dare corpo a questa narrazione, in un dialogo tra parola e melodia, c’era il maestro Alessandro Nidi con i suoi figli: la musica fungeva da lente sull’anima del campione. Buffa ha inserito i tasselli biografici, ma la parte più sublime rimane quella musicale. Ed è lì che risiede la chiave di lettura più autentica. Il punto di vista del “La provincia”.
Il bulimico di conoscenza
Attraverso lo spettacolo emerge un uomo «bulimico di conoscenza», capace di chiamare nel 2008 John Williams, compositore di Star Wars, per imparare a dirigere la sua squadra e fondere i talenti in un’unica entità. Questa ossessione nasce nella sua giovinezza italiana: Rieti, poi Reggio Calabria, dove a otto anni segnò 63 punti, e Pistoia, tra sudore e parquet da asciugare. Ma la sfida più feroce fu a Reggio Emilia con Suor Leonarda, «centocinquanta centimetri di crudeltà e sadismo» che, temprandolo, forgiarono il suo spirito.
Tornato negli USA, Kobe divenne un alieno. A 18 anni, il 17 dicembre 1997, mostrò il suo talento nel primo confronto con Michael Jordan, che riconobbe il suo erede.
«Questo ragazzo farà molta strada e io condivido come hanno condiviso con me».
Seguirono anni di scontri leggendari, come quello con Shaquille O’Neal:
«Due portaterei che si scontrano».
E il sodalizio con l’allenatore Tex Winter, che Kobe soprannominò «Yoda».
«Freddo, lucido, intenso, lunare»: così Buffa tratteggia l’uomo che non concedeva il permesso di entrare nelle sue emozioni. Un intellettuale in canottiera, capace di parlare quattro lingue e giocare, nella mente, partite 5 contro 5 immaginarie. Kobe non cercava la gloria effimera, cercava l’eternità. Come Federico Buffa ha raccontato, è solo tornato ad abitare le stelle dove, a cinque anni, aveva promesso di arrivare. L’otto, del resto, non è che un infinito che ha imparato a stare in piedi.





