Quando metti Federico Buffa su un palco a raccontare una storia, ti siedi, apri le orecchie, spegni il cellulare e ti lasci trascinare. È l’arte dello storytelling di uno dei migliori nel suo campo. Se poi la storia è quella di Kobe Bryant, figura iconica e al tempo stesso controversa della NBA, gli ingredienti sono quelli giusti per una serata di qualità.
Ieri, al Teatro Arcimboldi di Milano, “Otto Infinito” ha riempito la sala di appassionati di pallacanestro, NBA, Lakers e, naturalmente, di Kobe. Tutto esaurito. Ancora prima che si abbassassero le luci si percepiva un’elettricità particolare: la curiosità di capire cosa avrebbe costruito Buffa attorno al Mamba.
Il palco è essenziale: un campo da basket appena accennato, una stilizzata area dei tre secondi, due musicisti ad accompagnare il racconto, un pallone che rimbalza a tratti. Il resto è un one man show. Due ore intense, costruite tra flashback, cronologia, imprese e passaggi chiave della carriera di un campione che, ahinoi, non c’è più. Si parla quasi esclusivamente della sua vita e della sua parabola sportiva; pochissimi riferimenti alla morte, se non nelle parole di Michael Jordan. La scelta è chiara: concentrarsi sull’uomo e sull’atleta in vita.
Senza svelare troppo dello spettacolo — per non togliere nulla a chi deve ancora vederlo — ne sono uscito con sentimenti contrastanti.
La qualità della dialettica, la capacità di coinvolgere, le battute che solo chi conosce il “buffese” coglie in tempo reale: tutto conferma che il teatro è l’habitat naturale di Buffa. Molto più dei tempi compressi della televisione o di una telecronaca. Sul palco può spaziare tra cinema, storia, letteratura, altri sport, sociologia, intrecciando riferimenti con una naturalezza che riempie ogni pausa potenziale. Ascoltarlo resta un privilegio. Hai quasi l’impressione che potrebbe leggerti il foglietto illustrativo di una tachipirina e renderlo epico. È un potere raro, e lui lo possiede.
Eppure, all’uscita, mi è mancato qualcosa. L’effetto wow. Quel momento inatteso capace di sorprenderti davvero. Quando ha iniziato a parlare di Del Harris ero certo che sarebbe arrivato il riferimento al sosia di Leslie Nielsen. È successo. Non per presunzione, ma perché — da appassionato quasi ossessivo di Kobe — conoscevo già gran parte degli aneddoti: gara 4 a Indianapolis nel 2000, il polso rotto prima dell’inizio della carriera, i dettagli più noti e meno noti della sua storia. L’unico vero terreno di sorpresa sarebbe stato quello più oscuro, legato alla morte o a retroscena inediti.
Non voglio sembrare arrogante: sono consapevole che forse solo una piccola parte del pubblico aveva una conoscenza così approfondita da non rimanere sorpresa. Ed è giusto così. Uno spettacolo deve parlare a tutti, e farlo con forza. A me, nella sua indiscutibile bellezza, è mancato il proverbiale centesimo per fare l’euro.
Ma vedere il teatro pieno, sentire l’attenzione, percepire il trasporto collettivo nel rivivere la storia di Kobe Bryant resta qualcosa di potente. Da appassionato di basket esco comunque felice: serate così alimentano la memoria e tengono vivo il racconto. E viene naturale sperare di ascoltare Buffa alle prese con altri campioni che hanno calcato i parquet NBA e non solo.
Al “Mamba out” finale gli applausi sono stati lunghi, convinti, sentiti. Il pubblico è tornato a casa con l’immagine di uno dei più grandi di sempre ancora negli occhi.
