Il commissioner NBA Adam Silver ha annunciato che la lega apporterà “cambiamenti sostanziali per il prossimo anno” in materia di tanking, come riportato da Mike Vorkunov di The Athletic. Ma le proposte emerse dalla conference call con i general manager — durante la quale Silver ha rimproverato le franchigie che danno priorità alla posizione al Draft rispetto alle vittorie — rischiano di penalizzare proprio le squadre che hanno più bisogno di accedere a talenti in grado di cambiare il destino di una franchigia.
Il problema di fondo è semplice: la NBA vuole che le squadre abbiano un incentivo a vincere, non a perdere. I comportamenti nel mirino sono tre: costruire una squadra destinata a perdere fin dall’inizio (tanking totale), abbandonare la corsa ai playoff o al play-in a metà stagione (tanking di metà anno) e puntare a protezioni specifiche sulle scelte al Draft (il cosiddetto “cliff tanking”).
Stando a Shams Charania (ESPN), l’NBA valuta diverse contromisure: appiattire le percentuali in lottery, “congelare” le quote alla trade deadline e calcolarle sull’ultimo biennio. Si pensa inoltre di allargare l’estrazione a 18 squadre (incluso il play-in), vietare due scelte in Top-4 consecutive (o dopo una finale di Conference) e limitare le protezioni sulle trade esclusivamente alla Top-4 o Top-14.
Le lezioni del passato: da Philadelphia a Detroit
I Philadelphia 76ers, sotto la guida dell’allora general manager Sam Hinkie, battezzarono il loro piano pluriennale di ricostruzione “The Process”. La squadra abbracciò l’idea che l’unico modo per risalire fosse toccare il fondo. La NBA non gradì: il marchio di una pallacanestro intenzionalmente non competitiva portò alla riforma del 2019, che aumentò da tre a quattro le scelte determinate dalla lotteria e abbassò le probabilità per le ultime due classificate, favorendo le franchigie nelle posizioni dalla 3 alla 14.
I Sixers toccarono il fondo per tre anni. Ma i Detroit Pistons hanno dovuto sopportare un ciclo di cinque anni prima della loro recente risalita. Detroit ottenne la prima scelta nel 2021, scegliendo Cade Cunningham, poi frenato dagli infortuni a inizio carriera. L’appiattimento delle odds nel 2019 fece scivolare i Pistons dalla posizione numero 1 alla numero 5 in due lotterie consecutive (2023 e 2024). Con il vecchio sistema, le probabilità per la prima scelta erano del 25 percento — ben più alte dell’attuale 14 percento — e la posizione più bassa possibile era la quarta.
Tra le altre franchigie che hanno vissuto lunghi periodi di ricostruzione dopo il 2018 ci sono Houston Rockets, Washington Wizards, Charlotte Hornets e Cleveland Cavaliers. I San Antonio Spurs hanno sfidato le probabilità per tre anni consecutivi, costruendo un nucleo promettente attorno a Victor Wembanyama.
La realtà è che la maggior parte delle squadre ha bisogno di più tentativi alla lotteria per tornare competitiva. Molte delle proposte attuali sembrano ignorare questa inevitabilità: le riforme del 2019 hanno già prodotto ricostruzioni più lunghe e con meno opzioni.
Le soluzioni più realistiche e i rischi delle proposte più aggressive
Il play-in, introdotto ufficialmente nel 2021, doveva motivare più squadre a restare competitive. In cinque edizioni, su 40 partecipanti totali, 20 hanno ottenuto un posto ai playoff, ma solo 3 (il 15 percento) hanno superato il primo turno. Il ricavo extra di qualche partita casalinga potrebbe non bastare a convincere i front office, che spesso preferiscono una scelta più alta al Draft — come dimostra il caso dei Dallas Mavericks, saltati dalla posizione 11 alla prima per scegliere Cooper Flagg con appena l’1,8 percento di probabilità.
La maggior parte delle squadre pensa di aver fatto un ottimo lavoro in estate. Dopo 20 partite, si rendono conto di aver sbagliato. A metà dicembre iniziano a decidere se migliorare o peggiorare.
Congelare le odds vicino alla trade deadline o all’All-Star break sarebbe il rimedio principale contro le squadre che mettono a riposo i giocatori per manipolare il sistema. Il rischio è che il tanking si sposti a inizio stagione, ma è un compromesso accettabile, considerando che molte squadre non sanno fino a dicembre quanto vale il loro roster.
Con questa modifica, secondo l’analisi di Eric Pincus, non sarebbe necessario espandere la lotteria a 18 squadre, cosa che diluirebbe ulteriormente le possibilità per chi ne ha più bisogno. Storicamente, squadre come Golden State Warriors, Los Angeles Lakers e Miami Heat avrebbero potuto ottenere scelte alla lotteria negli stessi anni in cui raggiungevano fasi avanzate dei playoff.
Il caso degli Utah Jazz è emblematico del problema delle protezioni sulle scelte. La franchigia ha fatto sedere Lauri Markkanen e Jaren Jackson Jr. nel quarto quarto dei back-to-back, con un tempismo — a ridosso dell’All-Star Weekend — che la lega ha giudicato una provocazione, comminando una multa da 500.000 dollari. La percezione è che i Jazz stiano facendo di tutto per mantenere la loro scelta nella top-8, evitando di cederla agli Oklahoma City Thunder per un vecchio scambio legato a Derrick Favors.
La soluzione più semplice: limitare le protezioni sulle scelte scambiate alle stesse barriere naturali del sistema della lotteria, cioè top-4 o top-14, con le obbligazioni già esistenti fuori da questi range che verrebbero mantenute in vigore.
Su cos’altro dovremmo costruire? La punizione è vivere un paio di anni miserabili; la lega non ha bisogno di peggiorare le cose.
Ha commentato un dirigente. E in effetti, vincere circa 20 partite in una stagione NBA è un’esperienza brutale e costosa: Troy Weaver, il general manager dei Pistons durante il loro periodo peggiore, ha perso il lavoro.
L’articolo di Pincus suggerisce che alcune delle riforme del 2019 andrebbero addirittura parzialmente invertite: aumentare le probabilità per le squadre peggiori (posizioni 1-4) permetterebbe cicli di ricostruzione più brevi, di circa tre anni anziché cinque. Allo stesso tempo, ridurre le combinazioni per le squadre nelle posizioni 5-14 toglierebbe incentivi alle franchigie semi-competitive per abbandonare la corsa al play-in.
Il ciclo di vita di una franchigia è inevitabile su 30 squadre. I Cleveland Cavaliers, dopo aver perso LeBron James nel 2018, hanno avuto bisogno di tre stagioni con percentuali di vittorie bassissime — scivolando due volte dalla seconda alla quinta posizione con il nuovo sistema — prima di trovare la strada giusta con Darius Garland, Isaac Okoro ed Evan Mobley. I Boston Celtics hanno evitato il fondo grazie a un singolo blockbuster trade nel 2013, ma anche loro vinsero solo 25 partite nella stagione 2013-14.
Una scelta alta non è mai una garanzia: Nikola Jokić fu la 41ª scelta nel 2014, Zaccharie Risacher (prima scelta 2024) non è Wembanyama, i Warriors puntarono su James Wiseman alla numero 2 nel 2020, e persino Zion Williamson, prima scelta nel 2019, non ha sollevato i Pelicans come sperato a causa dei continui infortuni. La maggior parte dei prospetti sono ragazzi giovani e grezzi che hanno bisogno di tempo per svilupparsi.
Le riforme del 2019 non hanno raggiunto gli obiettivi prefissati, e alcune delle nuove proposte rischiano di aggravare il problema. La NBA ha strumenti evidenti per scoraggiare il tanking delle squadre di fascia media, ma accettare un certo livello di “processo” resta inevitabile.





