Il nostro Massimiliano Bogni ha intervistato in esclusiva coach Andrea Trinchieri, alla viglia della sua nuova tappa con il Paok Salonicco. Un tema toccato e spesso sottovalutato è la solitudine dell’allenatore di pallacanestro che ci ha spiegato entrando nei dettagli:
La solitudine di un allenatore si vive anche a livello intellettivo? Come hai gestito i momenti in cui, con tuoi giocatori o tuoi superiori, sentivi di non riuscire a comunicare perché gli altri non avevano gli strumenti per capirti?
Quando non alleno, mi chiedono spesso di fare speech aziendali o sono ospite in studio in televisione: sono molto attratto da tutto ciò che c’è dietro lo sviluppo di un’ambiente della comunicazione. Adesso sono alla disperata ricerca di Nemo, e il mio Nemo è come ottenere il massimo dalle persone, senza svilirti, senza accettare troppi compromessi – pur sapendo che il compromesso è un’arte. Ho capito che oggi l’unico modo per avere successo – non uso la parola vincenti, perché quello che tu puoi pensare essere vincente è diverso da quello che posso pensare io o qualcun altro – è riuscire a tirare fuori il massimo dalle persone con cui lavori. I giocatori giocano per te: devono sentirsi protetti dall’allenatore. Non vuol dire che non li manderai a cagare quando sbagliano, ma devi far capire che ci tieni a loro: quando hanno chiaro quello, ti danno tutto, tanto o poco che sia.
Sono ossessionato dal trovare un modo di tirare fuori il miglior nettare dei giocatori. Ho avuto la fortuna di avere una grandissima educazione: mi hanno mandato in giro per il mondo a studiare le lingue, la mia famiglia mi ha dato tutte le opportunità possibili per essere la migliore versione di me stesso. Per certi versi li ho delusi: dovevo andare a Harvard e ho fatto l’allenatore di pallacanestro… Per tanti anni ero nelle minors, nel sottobosco: non potevano capire la mia visione – una visione che non c’era, perché volevo soltanto fare quella roba, e quella roba soltanto.





