È finita. Dopo trent’anni, la Vanoli lascia Cremona e si trasferisce a Roma. Il titolo sportivo passa nella Capitale grazie all’acquisizione del gruppo guidato da Donnie Nelson e Rimantas Kaukenas, riportando Roma in Serie A. Cremona perde così una delle realtà sportive più radicate del territorio.
La notizia ufficiale è arrivata martedì. Quella sera, all’agriturismo Del Cortese di Soncino, durante la tradizionale festa di fine stagione, Aldo Vanoli si è presentato davanti a sponsor, tifosi, amici e collaboratori per un discorso carico di emozione, accolto da un lungo applauso, come riportato da La Provincia:
“Dal 2003 a oggi ho avuto il privilegio di sostenere insieme alla mia famiglia e dal 2011 di guidare in prima persona un progetto sportivo capace di andare ben oltre i risultati del campo. Con passione, entusiasmo e senso di responsabilità abbiamo costruito una realtà in grado di competere ai massimi livelli della pallacanestro italiana.”
Vanoli: un viaggio iniziato a Soresina
Il progetto Vanoli aveva preso il via a Soresina, diventato simbolo di un intero territorio. Senza i budget delle grandi piazze, senza strutture all’avanguardia e senza un grande bacino di utenza, la società era riuscita comunque a vincere una Coppa Italia nel 2019, due campionati di Serie A2, una Coppa Italia e una Supercoppa LNP, costruendo un palmarès con gestione attenta e conti sempre sotto controllo.
Tentativi di restare e la scelta di partire
Vanoli ha spiegato di aver cercato in tutti i modi di mantenere il club a Cremona, senza successo:
“Ho cercato in ogni modo di garantire stabilità al progetto, ma un modello basato su un impegno personale così diretto è difficile da sostenere nel lungo periodo. Abbiamo esplorato diverse possibilità per continuare il percorso a Cremona. Purtroppo le condizioni non si sono concretizzate.”
A quel punto è arrivata la proposta degli investitori stranieri, pronti a sviluppare il progetto a Roma. Vanoli ha spiegato così la decisione:
“Così la Vanoli in qualche modo non morirà. La sua matricola non scomparirà, la sua storia non sarà cancellata, ma entrerà a testa alta in una nuova dimensione. Il Falco, nostro simbolo da sempre, non muore: lascia il nido e spicca il volo. L’abbiamo cresciuto come un figlio e, proprio come succede ai figli, a un certo punto è giusto lasciarlo andare.”
Resta la malinconia di un addio che nessuno avrebbe voluto, e resta quell’applauso della festa di Soncino, che Vanoli ha definito la ricompensa più autentica per tutto ciò che è stato costruito in questi anni.





