Il mondo del basket giovanile è scosso da un terremoto chiamato NIL (Name, Image, and Likeness), che sta svuotando i vivai europei a favore dei college americani. Coach Mario Fioretti, che ha vissuto l’evoluzione della pallacanestro dagli anni ’90 a oggi, ha espresso ai microfoni di Backdoor Podcast una visione critica e preoccupata su questo passaggio epocale. Non è solo una questione di soldi, ma di un sistema che sta perdendo la sua identità di “studente-atleta” per trasformarsi in un mercato professionistico mascherato, con conseguenze imprevedibili sia per il tessuto sociale americano che per la qualità del gioco in Europa.
L’analisi di Mario Fioretti: un sistema agli estremi
Coach Mario Fioretti ha tracciato un parallelo storico per spiegare come il radicale cambio di regole stia creando scontento e squilibri su entrambe le sponde dell’oceano:
“Penso che si sia passati da una situazione che ho vissuto io negli anni ’90 in cui parlare di soldi era il diavolo quando stavi parlando con un collegiale, a una situazione in cui doveva essere assolutamente di uno studente atleta che si formava, fino al limite opposto di oggi: si possono prendere giocatori che hanno già avuto un contratto professionistico e riportarli in una condizione amatoriale e scolastica. Il problema è di principio.
C’è una fuga di talenti che va calmierata per non creare danni alla pallacanestro europea, perché hai un numero di giocatori italiani disponibili ridotto. Ma c’è un danno anche per i ragazzi americani: magari uno che ha fatto l’high school nel Minnesota e meriterebbe una borsa di studio viene escluso perché ora ogni università vuole il ‘ragazzo dall’Europa’. Si è passati da un integralismo totale a una situazione estrema che crea insoddisfazione ovunque.”
Il paradosso del merito e la necessità di regole
Il paradosso evidenziato da Fioretti è tagliente: in nome di una libertà economica sacrosanta, si rischia di distruggere il merito e la pianificazione. Se il college basket diventa una “moda europea” alimentata da contratti camuffati, a rimetterci non sono solo i club italiani che perdono i propri gioielli, ma gli stessi atleti che si ritrovano in un ingranaggio dove l’istruzione è ormai un orpello di facciata. Una regolamentazione non è più solo auspicabile, è vitale per evitare che il “diavolo” degli anni ’90 finisca per bruciare l’intero sistema.





