Non avrà cambiato il gioco come Steph Curry, ma lo ha segnato con un tratto indelebile, che questo piaccia o meno, che si apprezzi il giocatore oppure no. Russell Westbrook si ritira dalla NBA dopo 18 stagioni e, come sempre, il valore oggettivo dei giocatori lo si capisce solo quando ci si guarda indietro e non può essere sempre e solo una questione di titoli.
Divisivo, controverso, di una durezza mentale e fisica che ha pochi eguali nell’era moderna dell’NBA e una testardaggine al limite dell’ostinazione che è stata la sua più grande forza, ma anche il suo limite. Il completo rifiuto di pensare che ci fosse qualcosa che lo potesse fermare su un campo da basket lo ha portato a essere il primo giocatore dopo Oscar Robertson a chiudere una stagione in tripla doppia di media. Possiamo discutere contesto, situazione e tutto quello che vogliamo, ma chiudere una stagione in tripla doppia di media potrebbe tranquillamente essere autoesplicativo, una impresa ai confini della realtà farlo una volta, figuriamoci quattro.
Ma voglio partire da quello che, probabilmente, non in tanti sanno.
Westbrook persona di livello
Ho avuto la fortuna di seguire le NBA Fınals dal vivo del 2012 contro i Miami Heat e mi sono presentato a OKC come un fermo detrattore del giocatore Russell Westbrook con le caratteristiche citate prima, che fondamentalmente mi sembravano il freno a una potenziale dinastia in the making. Troppo testardo, quasi accecato dalle proprie convinzioni e non comparabile a Durant, ma quasi neanche a Harden. Poi l’ho visto da vicino per due settimane, ne ho notato i comportamenti quando i riflettori sono spenti, quando nessuno guarda, quando non deve per forza dimostrare di essere invincibile come il suo personaggio ormai richiedeva e ho visto una persona che è tutto il contrario: di cuore, di rara educazione e di altrettanta empatia. Ho un singolo frame che può apparentemente non dire nulla, ma dà un’idea della persona. Al termine di una conferenza stampa dopo la sessione di allenamento tra gara 1 e gara 2, lui esce dal portone della palestra, ma si accorge di essersi infilato prima di una ragazza dei media. Si gira, esce dalla porta, la fa passare, tiene aperta la porta a tutti e poi esce. Gesto banale? Forse si, ma non scontato. Da quel momento ho voluto capire di più di quella personalità: ho fatto domande in giro, ho chiesto a qualche giocatore, ai giornalisti locali per capire se fosse stato un episodio oppure quello era il vero Russ. Nessuno mi ha parlato meno che benissimo del Westbrook fuori dal campo e del Westbrook compagno di squadra. Quello che dentro i 28 metri è un cannibale, ma se sei dalla sua parte sai che lui ci sarà. Rookie aiutati dentro e fuori dal campo, persone dello staff a ogni livello che hanno ricevuto attenzioni umane e supporto da lui e una vita personale con un unico obiettivo: la famiglia e il proprio benessere mentale.
Vero, ai tempi di OKC non c’erano esattamente i casinò di Las Vegas a poter distrarre, ma quella era la sua indole. Magari non era sempre semplice scalfire la corazza che si creava nel personaggio pubblico, ma da quel momento post gara 1 ho detto: “Forse mi sbagliavo su di lui”. E ho scoperto che solo gli stolti non cambiano mai idea. Mi sono goduto quelle due settimane tra OKC e Miami (oltre che per tutto il resto) studiandolo, provando a capire cosa ci fosse dietro quel fenomeno che quando si alzava in piedi aveva un fisico pazzesco, gambe lunghissime con la vita che arrivava alle mie spalle e una parte alta super compatta. Poi guardi quelle partite e ti rendi conto che, nonostante la giovane età, è stato l’unico davvero a non aver mai avuto un filo di paura di quelle Finals. Ad esempio Harden ammise candidamente di aver sofferto per ampi tratti la pressione di quelle partite.
Elettricità con pregi e difetti
Da lì in poi è stato il Russell Westbrook che conosciamo, quello per cui non puoi avere opinioni intermedie, ti faceva saltare dalla sedia per le cose che faceva in campo, ti elettrizzava come pochi altri quando schiacciava in testa alle difese o sparava un missile di assist su 28 metri per il compagno. Ed era lo stesso in grado di perdere una partita con tre air ball dal palleggio venendo ricoperto di critiche, senza che queste scalfissero minimamente la sua autostima. Per fare le cose che lui ha fatto in NBA ci vuole quell’ego e quella durezza mentale, che forse sono stati il limite per cui non ha mai potuto lottare per il titolo da gregario nella seconda parte di carriera. Non si è mai veramente adattato a essere un ingranaggio “marginale” di un team. Si è sempre dovuto giocare alle sue regole, anche quando erano diventate fuori moda. Non mi interessa neanche fare l’elenco della spesa dei suoi premi individuali perchè lo leggerete da Wikipedia o lo vedrete dal suo video di addio, quello che però Russ mi ha insegnato come appassionato di basket è che dietro a un giocatore, anche il più controverso e discutibile, c’è una persona che può essere anche diametralmente opposta a quella che mostra in pubblico. (Troppo) spesso ce ne dimentichiamo e giudichiamo con quello che abbiamo che, spesso, è troppo poco per fare valutazioni che vadano oltre il campo.
E da quel gesto verso quella ragazza, sono stato un appassionato di basket migliore perchè ho potuto capire la vera essenza di Russell Westbrook. Così appende le scarpe al chiodo e il suo numero 0 finisce nella mia personalissima Hall of Fame del basket. E non mi stupirei per nulla se sparisse dai radar e la prossima volta che ne sentiremo parlare sarà quando ci entrerà nella Hall of Fame…quella vera. E se lo ha detto LeBron…
