Quando la Tezenis Verona ha annunciato Andrew Andrews la sintesi che ha circolato nelle prime ore era quella prevedibile per un americano di trentatré anni al decimo anno da professionista, ovvero il classico giocatore di qualità capace di portare esperienza, punti e capacità di gestire il pallone. Non è un’analisi formalmente sbagliata, ma è anche la descrizione meno utile e specifica possibile perché si potrebbe applicare a qualche decina di esterni che ogni estate si spostano dentro il mercato europeo. Proprio per questo è necessario approfondire al meglio l’argomento. Il caso di Andrews in particolare è molto più interessante ed unico di così: lo diventa soprattutto quando si smette di guardare le medie per guardare invece quali possessi gli vengono affidati, in quali momenti della partita e con quali risultati. Da quel punto di vista il ritratto che emerge è quello di un giocatore molto affidabile e specializzato, forse più specializzato di quanto lui stesso venga solitamente raccontato, e con una traiettoria di carriera che negli ultimi due anni ha cambiato natura in modo abbastanza netto.
Da Portland a Seattle, con una cicatrice all’anca
Andrew Delano Andrews nasce a Portland il 25 maggio 1993 con un altro cognome, Wray, che i genitori gli assegnano per ragioni che lui stesso ha dichiarato di non conoscere, prima che adottasse il cognome Andrews. Prima di concentrarsi sulla pallacanestro attraversa football, karate, tennis, nuoto e perfino danza classica, un dettaglio che ha una sua coerenza con il tipo di giocatore diventato poi, fatto di equilibrio, cambi di ritmo e controllo del corpo più che di esplosività verticale. Alla Benson Polytechnic chiude l’ultimo anno a circa 24 punti di media e viene reclutato da Washington nel 2011, ma un intervento all’anca gli costa l’intera prima stagione. Il suo percorso in NCAA è stato quello, oggi piuttosto raro, della crescita lenta e lineare, con 8,3 punti da freshman, 11,4 da sophomore, 15,0 da junior e infine i 20,9 dell’ultimo anno, che gli valgono il titolo di miglior realizzatore della Pac-12 e il primo quintetto di conferenza. Nonostante le ottime prestazioni, i moltissimi dubbi sulla sua tenuta fisica ed adattabilità al gioco NBA fanno sì che nessuna franchigia deciderà di puntare su di lui la notte del Draft. I Clippers lo portano in Summer League, Charlotte lo firma a settembre e lo taglia il 20 ottobre dopo tre gare di precampionato, e da lì comincia il suo lungo giro europeo che dura tuttora.
Dieci anni di Europa, con la Turchia come casa e una frattura ad Atene
La carriera di Andrews si è costruita quasi interamente attorno alla Turchia, dove ha giocato con Balıkesir, Büyükçekmece, Darüşşafaka e due volte Bursaspor, accumulando quasi cento presenze in BSL con circa 15,8 punti di media.
È lì che ha trovato le sue stagioni migliori, dai 19,9 punti di Büyükçekmece nel 2019-20 ai 14,4 con il 50,4% dal campo e il 45,3% dall’arco della prima annata di Bursaspor, che resta la sua stagione più efficiente in assoluto e quella che gli ha aperto le porte del livello superiore. In mezzo ci sono state le due parentesi israeliane, Hapoel Afula con quasi 27 punti di media in sei gare e Maccabi Haifa, il semestre in Lettonia al VEF Riga, e cinque partite di Basketball Champions League con Darüşşafaka chiuse a 18,2 punti con il 54,3% dal campo. Insomma, un vero e proprio giramondo con esperienza in moltissimi campionati estremamente diversi fra di loro ma di ottimo livello.
L’estate 2022 è il punto più alto e insieme il più doloroso nella carriera di Andrews. Il Panathinaikos lo firma per due anni, il che significa EuroLeague e uno dei club più esposti del continente, ma in novembre l’arrivo di Dwayne Bacon lo estromette dalle rotazioni e la vicenda finisce in contenzioso legale, risolto solo nel marzo 2023 con una mediazione dell’associazione giocatori e la risoluzione. Da lì in avanti Andrews non ha più avuto una piazza di primissima fascia, ed è tornato a essere quello che era prima, un esterno di alto livello per club di seconda fascia europea.
La mutazione australiana
La stagione appena conclusa è quella che rende Andrews un caso analitico interessante: dopo l’annata a Vilnius con i Wolves, chiusa a 13,0 punti con il 41,7% da tre in LKL e 13,6 punti in EuroCup e dopo il bronzo con gli Stati Uniti all’AmeriCup 2025 vissuto da comparsa con due presenze e tre minuti e mezzo di media, firma per i Cairns Taipans e per la prima volta dal 2018 lascia l’Europa.
In NBL succede una cosa che nei suoi primi nove anni da professionista non era mai successa, e cioè che smette di essere principalmente un realizzatore: chiude l’annata a 14,8 punti ma soprattutto a 7,6 assist di media in trentuno partite, con un massimo in carriera di 13 assist contro Melbourne il 7 gennaio.
Il rovescio della medaglia sta nelle altre colonne, con il 39,6% dal campo e il 30,8% da tre sono numeri modesti e soprattutto le 3,8 palle perse a partita sono il record negativo della sua carriera e il rapporto assist su turnover, appena sopra il 2,0, è dignitoso ma non brillante per chi tiene il pallone per circa 33 minuti a sera. Chiusa la NBL, a febbraio è volato in Cina allo Zhejiang Golden Bulls, dove ha giocato 19 gare di regular season e 4 di playoff in un ruolo molto più contenuto, con 18,6 minuti a partita, 9,9 punti e 4,2 assist, ma percentuali nettamente migliori: 46,6% dal campo e 43,8% da tre.
Anche questo è un dato che pesa nella proiezione, perché suggerisce che il crollo al tiro visto in Australia fosse legato al volume e alla qualità dei tiri più che a un problema di mano, confermando inoltre ancora una volta di dare il proprio meglio nei campionati con un’intensità difensiva mediamente più bassa. Questo dilemma verrà analizzato meglio successivamente.
Che cosa dicono i possessi
Qui si arriva alla parte che i comunicati stampa e gli articoli solitamente non raccontano. Se si guardano i suoi campioni statistici più ampi, quelli costruiti su intere annate tra campionato e coppa, emerge un profilo che non è quello del generico realizzatore ma quello di un giocatore utilizzato in modo estremamente mirato nelle situazioni in cui l’attacco è più fragile.
Il dato più eloquente riguarda i possessi dopo un timeout: in una stagione piena Andrews ha chiuso il 20,0% dei propri possessi in situazione AOT e li ha giocati con 0,955 punti per possesso. Tradotto, quando l’allenatore ferma la partita e disegna qualcosa, in quattro casi su venti la palla finisce a lui e il risultato è sopra la media. Non è un caso isolato, perché in un secondo campione più contenuto per minutaggio la frequenza dopo il timeout resta al 17,1% e una resa da 1,000 punti per possesso. Due contesti diversi, due allenatori diversi, la stessa scelta: un giocatore a cui si affidano i possessi disegnati con questa insistenza è un giocatore di cui ci si fida nella lettura, non solo nell’esecuzione.
Altro dato è ancora più caratterizzante ed è quello sugli ultimi quattro secondi del cronometro dei ventiquattro, quel dato che permette di capire meglio l’efficacia di un giocatore nei momenti finali e più importanti di un match, il suo cosiddetto clutch factor. Nel campione analizzato Andrews ha giocato 125 possessi in fine azione, il 18,7% del totale, chiudendoli a 1,056 punti per possesso.
Per capirsi, l’efficienza media di un giocatore su tutti i possessi ordinari si aggira attorno a un punto per possesso, e Andrews in quella che è la situazione più difficile del gioco produce di più di quanto produca la media dei giocatori in condizioni normali.
È una qualità rara e monetizzabile, ed è la ragione principale per cui un club che deve salvarsi può volerlo in rosa: l’attacco che si inceppa a otto secondi dalla fine dell’azione è la situazione più frequente e meno risolta della LBA di media classifica. Esattamente ciò che servirà quest’anno a una squadra come Verona.
Il terzo elemento riguarda le rimesse. Sempre nel campione ampio da noi analizzato, Andrews produce 1,071 punti per possesso sulle rimesse dal fondo e 1,076 sulle rimesse laterali: sono situazioni a bassissimo volume ma ad altissimo valore contestuale, quelle in cui si decidono i finali punto a punto, e il fatto che sia sopra la media in entrambe conferma la stessa identità già emersa altrove.
Il quarto elemento è quello che segna il confine tra il giocatore e il suo contesto. In transizione Andrews è eccellente, ma la frequenza con cui ci arriva è bassa: il 13,0% dei possessi contro una media di lega che si attesta più in alto. In altre parole, il suo profilo migliore è anche quello meno sfruttato, perché dipende dalla difesa e dal ritmo della squadra più che da lui. In mezzo campo, che è dove passa l’87,0% della sua vita in attacco, produce 0,984 punti per possesso, cifra molto solida per un giocatore ad alto volume.
Infine, analizzando in un campione di annata difficile con efficienza complessiva ferma a 0,807 punti per possesso e le sue prestazioni contro le varie tipologie di difese, la quota di possessi giocati contro difese a zona sale al 24,9% del totale, con una resa di 0,776 punti per possesso Nello stesso campione la produzione sugli ultimi quattro secondi crolla a 0,375 punti per possesso e le rimesse laterali scendono a 0,563. È il ritratto speculare del giocatore descritto sopra, ed è utile perché indica con precisione la ricetta per neutralizzarlo. Togliergli la lettura sull’uomo, costringerlo a giocare contro sagome anziché contro difensori e la sua qualità migliore, che è la capacità di risolvere un possesso rotto leggendo il difensore diretto, smette di esistere.
Punti di forza
La sintesi è quella di un esterno con un bagaglio tecnico ampio e una specializzazione molto marcata nella gestione dei possessi difficili. Ha una mano affidabile anche in condizioni di equilibrio precario, come dimostrano le percentuali ai liberi, che nell’arco della carriera oscillano quasi sempre tra l’83% e l’89% e che in EuroCup con il Joventut sono arrivate al 98,4%, dato che segnala insieme tocco e capacità di procurarsi falli.
Sa giocare pick and roll sia da titolare e da spalla, sa attaccare il cambio e sa punire il difensore più corto o più lento, e nell’ultimo biennio ha aggiunto una lettura da passatore che prima non aveva, grazie alla maturità cestistica acquisita negli anni. È inoltre un giocatore che regge il ruolo di primo terminale nei finali, cosa che in un roster di neopromossa vale più di qualche punto di media.
Punti deboli
Il primo limite è la varianza di costanza dall’arco, che nella sua carriera oscilla in modo estremo: dal 45,3% di Bursaspor e dal 41,7% di Vilnius al 29,0% di Badalona e al 30,8% dell’ultima NBL. Un giocatore così non si può costruire come tiratore di sistema, perché la sua percentuale dipende troppo dalla qualità dei tiri che riceve e dal proprio periodo di forma fisica e mentale. E per una guardia delle sue dimensioni non è il massimo.
Il secondo limite sono le palle perse, che negli anni di alto utilizzo si assestano tra 2,5 e 3,8 a partita, un costo strutturale del suo modo di giocare. Se da una parte il suo playmaking è migliorato sensibilmente, deve ancora migliorare nel gestire al meglio il maggior numero di possess che passano tra le sue mani.
Il terzo è la difesa, dove i 188 centimetri, i trentatré anni e una media di falli che negli ultimi campionati resta stabilmente sopra i tre a partita compongono un profilo di giocatore che va protetto negli accoppiamenti, soprattutto contro esterni fisici. L’ultimo e forse il più rilevante difetto di Andrews ai fini della proiezione italiana è la sensibilità al livello difensivo dell’avversario, documentata dall’annata spagnola e confermata dai campioni statistici in cui l’efficienza scende sotto la soglia degli 0,85 punti per possesso quando l’attacco intorno a lui non produce vantaggi, quando non ha un blocco efficace al suo servizio o un compagno smarcato da servire va in difficoltà. Non necessariamente queste due variabili sono correlate fra loro, ma sicuramente il livello dei difensori nel campionato italiano fa presagire grosse limitazioni per il gioco offensivo di Andrews.
Il posto che occuperà a Verona
È una rosa costruita con più creatori che gerarchie, e in quel contesto Andrews non sarà il primo violino offensivo, ruolo che verosimilmente si contenderanno Massinburg e Brockington, ma il giocatore a cui viene affidata la gestione del possesso quando la partita si stringe, esattamente quando stando alle nostre analisi Andrews riesce a dare il meglio di sé.
Il suo profilo statistico costruito attorno ai possessi disegnati, alle rimesse e alla fine azione, combacia quasi perfettamente con questa funzione, e spiega perché il direttore sportivo Alessandro Bolognesi lo abbia presentato come l’elemento che porta leadership e capacità di costruire tanto per sé quanto per i compagni. Il rischio è che una LBA densa e fisica riproduca le condizioni della sua stagione spagnola, e che Verona si ritrovi con un playmaker di trentatré anni chiamato a tirare fuori la squadra dai guai senza avere i vantaggi necessari per farlo.
La scommessa opposta, e a mio avviso la più probabile, è che un ruolo circoscritto gli restituisca l’efficienza che aveva perso in Australia sotto il peso di un carico eccessivo, esattamente come è accaduto nella parentesi cinese. Non avere tutto il peso dell’attacco sulle spalle, giocarsi strategicamente i propri possessi e soprattutto avere a disposizioni compagni in grado di coprire le sue lacune offensive e difensive è proprio lo scenario ideale per Andrews. Se questo scenario si realizza per il meglio, Verona avrà trovato una delle firme più intelligenti dell’estate di una neopromossa, un giocatore che non risolverà molte partite dal primo minuto ma che ne deciderà parecchie negli ultimi quattro secondi. Anche se, parliamoci chiaro, i rischi non sono pochi.
