A otto giorni dall’inizio del campionato, Giacomo Galanda guarda alla Tezenis Verona con occhio attento e qualche aspettativa concreta. L’ex azzurro, argento olimpico ad Atene 2004, ha un legame diretto con la città scaligera: tra il 1993 e il 1997 fu proprio la Scaligera a lanciarlo nel basket che conta. Oggi, da osservatore del movimento, offre una lettura lucida della squadra e del basket italiano in generale in un’intervista al Corriere di Verona.
Il punto di partenza è la continuità. Galanda apprezza la scelta della società di tenere in rosa quattro italiani protagonisti della promozione dalla A2: Zampini, Loro, Ambrosin e Poser:
«Mi piace molto la conferma di questi quattro ragazzi: sono tutti giocatori interessanti. Rifare tutto per gli stranieri è sempre una forzatura, toglie stimoli ai nostri e fa venire meno il vecchio concetto per cui squadra che vince non si cambia.»
Su Zampini, in particolare, Galanda si sofferma con parole precise:
«L’anno scorso mi ha sorpreso, soprattutto per la capacità di sentirsi protagonista. Non c’è bisogno di tanti minuti, ma di minuti di qualità. Un bellissimo segnale, anche in chiave azzurra.»
Il precampionato non è stato privo di problemi, con qualche infortunio a complicare la preparazione. Ma c’è un elemento che, secondo Galanda, rappresenta una garanzia solida: Alessandro Ramagli in panchina. Investire su un allenatore nel tempo significa costruire un’identità di gioco riconoscibile, e Ramagli — espressione di una scuola livornese consolidata, con una lunga esperienza in A2 — conosce bene le esigenze di un ambiente come quello veronese. La difesa, in questo senso, potrebbe diventare il filo conduttore della stagione: non tanto per i risultati immediati, quanto per quelli che arriveranno nel momento decisivo dell’anno.
Il basket italiano cerca una direzione
L’intervista si allarga poi a una riflessione più ampia sul movimento cestistico nazionale, e il tono di Galanda si fa più critico. Il problema, a suo avviso, è strutturale: la Serie A fatica a definire la propria identità in un contesto sempre più globale:
«Non si capisce bene quale sia il valore e l’obiettivo della Serie A. Ok l’Eurolega, ok volersi candidare per una NBA Europe. Ma qual è la direzione?»
Il confronto con la A2 è netto: lì il gioco è più corale, costruito, con movimenti collettivi. In Serie A, invece, prevalgono l’individualismo e la velocità, con poco spazio per la costruzione. Un modello che, secondo Galanda, è figlio delle necessità contingenti — basti pensare a squadre come Milano, costrette ad allenarsi quasi esclusivamente a livello individuale per via dei calendari compressi tra campionato ed Eurolega:
«Io compro il biglietto per vedere un gioco corale. L’Italia femminile al recente Mondiale si passava la palla, penetrava e scaricava, aveva movimenti spalle a canestro. Certo, quel basket ha meno fisicità, ma è quello il gioco che piace.»
Sul fronte delle squadre da tenere d’occhio, Galanda vede qualche difficoltà per Trieste e un organico rimaneggiato a Udine, ma avverte che è ancora presto per trarre conclusioni. Le incognite, dice, riguardano un po’ tutti: da Bologna a Tortona, passando per Varese e Reggio Emilia.




