Smarrimento. Dovendo scegliere una parola per raccontare la Supercoppa della Virtus Bologna, probabilmente sarebbe quella corretta. Lo smarrimento di una squadra che si è trovata davanti, per diversi suoi giocatori letteralmente per la prima volta, la fisicità e l’organizzazione di un’avversaria di Eurolega. Doveva essere un crash test e un crash test è stato. Dopo un precampionato trascorso contro avversarie non di primissimo livello, era prevedibile che il confronto con Milano presentasse il conto. Non c’è quindi da fare drammi. C’è però da capire quali difficoltà appartengano al normale percorso di una squadra giovanissima e nuovissima, e quali richiedano un intervento più urgente.
La prima è piuttosto evidente: cosa succede quando la Virtus non può correre? La zona press di Poeta ha rallentato i ritmi, togliendo ai bianconeri quella che presumibilmente sarà la loro arma principale. Milano ha negato gli entry pass dei giochi di Mumbrù, complicato le ricezioni necessarie ad avviare i giochi, costretto i bianconeri a interrogarsi su quali fossero le alternative ai propri piani iniziali. Troppo spesso, senza trovare una risposta. A metà campo si sono viste poche idee, pochissime una volta cancellata la prima opzione. Ne è derivata una qualità media dei tiri bassissima. Il 37% dal campo è stato soprattutto la conseguenza di quello che la squadra ha costruito: parlare semplicemente di una serata storta al tiro sarebbe riduttivo.

Qualcosa si è mosso quando la Virtus ha un minimo alzato la pressione difensiva, nel secondo tempo. Palle perse e cattivi tiri provocati hanno finalmente permesso di innescare la transizione, accendendo anche Frazier, capace di trovare canestri da tre fuori dagli schemi. È emersa la volontà di partire direttamente dal rimbalzo, soprattutto con Alston. Una strada comprensibile, che andrà percorsa con maggiore criterio: Milano quelle accelerazioni se le aspettava, e andare veloci serve a poco se poi si finisce contro un muro.
Anche le rotazioni meritano una riflessione. In Eurolega la Virtus potrà utilizzare gli stranieri esclusi in Supercoppa (Carr, Klintman, Kokila quando rientrerà), alzando il livello della second unit. È un elemento concreto, che non deve diventare un alibi: in Italia le scelte andranno fatte ogni volta. Il gruppo italiano, al di fuori di Diouf e Hackett, ha mostrato un divario dai titolari più marcato rispetto al passato. Casarin non ha sfigurato, pur con lacune da colmare; Ferrari è sembrato fuori contesto, Baldasso non ha inciso. Su questo piano, avere più alternative potrà aiutare.
Sotto canestro il primo esame è stato dei più scomodi. Moses Wright ha messo in enorme difficoltà il reparto centri bolognese. Aliou Diarra ha alternato cose positive ed errori, ma il problema comune con Diouf è stato soprattutto la gestione dei falli. Troppe penalità accumulate troppo presto, in una partita nella quale la loro presenza era centrale. Stante l’assenza di Kokila, entrambi dovranno garantire maggiore continuità. Il segnale più preoccupante è arrivato da Wendell Moore, forse il peggiore della squadra. Le difficoltà hanno riguardato soprattutto l’approccio: quando non ha trovato le proprie soluzioni, ha forzato in attacco e smesso di dare un contributo adeguato in difesa. Alcuni canestri subiti passivamente spiegano la lunga permanenza in panchina. Il talento resta, ma il lavoro da fare sulla tenuta mentale e sulla capacità di rimanere dentro la partita è importante.

Rasheed Bello ha mostrato grande volontà e tutta la distanza tra le abitudini precedenti e quelle ancora non sviluppate contro una competizione di questo livello. Il primo passo gli ha consentito di superare anche la prima linea difensiva milanese; il problema è arrivato dopo, nelle scelte contro le letture successive che la difesa dell’Olimpia gli ha proposto. Qualche buon arresto e tiro si è alternato a tanti errori. Ad Anversa era cresciuto durante la stagione, passando da elemento capace di spaccare le partite dalla panchina a leader in campo. Anche qui servirà adattamento, con tempi inevitabilmente più stretti.
La nota più positiva è stata Kessler Edwards. Ha dato pericolosità al tiro nell’avvio favorevole, mostrando cosa possa offrire come ala di complemento. Anche lui è stato frenato dai falli e, quando è rientrato, la partita aveva già preso la direzione di Milano. Rimangono però segnali utili, arrivati da uno dei giocatori che un’esperienza di Eurolega, pur se parziale, l’ha già maturata.
Adesso il tempo stringe: venerdì c’è il Fenerbahçe in trasferta, un esordio sulla carta quasi impossibile. Fasciarsi la testa sarebbe un errore, ma conta già evitare imbarcate che intacchino la fiducia del gruppo. Questa Supercoppa ha mostrato una squadra ancora spaesata, insieme a qualche indicazione sulla strada da seguire. La pressione difensiva può aiutare a dare ritmo alla squadra. Ma per reggere, quando quel ritmo verrà negato, serviranno letture migliori, disciplina e un attacco capace di sopravvivere anche oltre la prima soluzione offensiva.





