Quarantatré punti in due partite, il titolo di MVP della Supercoppa e una frase destinata a restare: «Bello vincere. Adesso voglio un gelato. Qualsiasi cosa con la fragola mi va bene». Moses Wright è arrivato a Milano e ha già conquistato tutti dentro e fuori dal campo e si è raccontato recentemente in un’intervista a la Repubblica.
Non è una storia semplice, quella del lungo americano che non ha ancora compiuto 28 anni. È una storia che comincia con un padre, Gerald, che alla nascita del figlio lo solleva verso il cielo e pronuncia una specie di profezia: «Il tuo nome è Moses e guiderai la tua famiglia alla grandezza». Gerald è morto quando Moses ne aveva appena dodici. Quella frase, però, è rimasta.
Da zero-recruit a MVP
Da ragazzino Wright giocava a tennis — si ispirava ad Arthur Ashe, seguiva Gaël Monfils — e nuotava. La madre immaginava per lui una borsa di studio universitaria attraverso lo sport. La pallacanestro non era nei piani, eppure è diventata la strada. E all’inizio era una strada in salita: nessuna università lo cercava, era quello che negli States chiamano uno zero-recruit, un giocatore ignorato da tutti. Poi un allenatore lo ha chiamato a Georgia Tech, e da lì in poi il percorso ha preso un’altra piega. Wright ha chiuso la sua esperienza universitaria come giocatore dell’anno della ACC, una delle conference più competitive del panorama collegiale americano.
C’è stato anche un assaggio di NBA, vissuto però con la consapevolezza di non essere ancora pronto:
«Ero molto giovane e immaturo. Probabilmente con la mentalità che ho adesso, ci sarei rimasto per un po’ di tempo.»
Poi la Cina e poi l’Olympiacos — dove ha condiviso lo spogliatoio con Alec Peters, oggi suo compagno anche a Milano — con il ruolo da comprimario accettato senza polemiche:
«Nessuna lamentela, avevo davanti a me giocatori fortissimi.»
La svolta vera è arrivata allo Zalgiris, dove ha disputato una stagione di altissimo livello. Poi la scelta di cambiare prima del termine di quell’annata, l’idea Barcellona accantonata, l’ottenimento del passaporto della Macedonia del Nord e infine Milano. Un percorso tortuoso, non privo di ripensamenti. Sulla parentesi lituana Wright ha ammesso:
«Ho pensato molto se non avessi deciso troppo presto, se non fossi dovuto rimanere un po’ di più. Non c’è dubbio che non andasse bene, ho pensato al meglio per la mia famiglia. Credo che se lo Zalgiris riuscisse in qualche modo a far uscire il sole un po’ di più a Kaunas d’inverno, molti più giocatori starebbero lì.»
Il presente e le ambizioni con l’Olimpia
L’Olimpia ha costruito il roster puntando su profili di peso: due campioni di Eurolega come Hall e Peters, più il veterano Thompson. Wright si inserisce in questo contesto come la variabile più difficile da misurare, quella con il margine di crescita ancora tutto da esplorare. Coach Poeta però ha già espresso parole positive su di lui. Dopo la Supercoppa, con la consapevolezza che il gruppo deve ancora trovare la sua identità, ha detto:
«Non abbiamo avuto molto tempo per costruire la nostra chimica.»
L’obiettivo dichiarato è chiaro: «Vorrei fare i playoff di Eurolega con l’Olimpia perché, da quando sono in Europa, non li ho mai mancati e non ho intenzione di cominciare adesso.» Un’ambizione concreta, non una promessa a vuoto, da parte di un giocatore che ha già dimostrato di saper trasformare le aspettative in risultati. Il gelato alla fragola, per ora, se lo è guadagnato.





