Quando Nelson e Doncic hanno costruito il progetto BC Roma, il primo nome scritto sul taccuino è stato il suo. Niccolò Mannion, 25 anni, playmaker americano con radici italiane, è il punto di riferimento tecnico e umano di una squadra che sta trovando la propria identità partita dopo partita. Domenica arriva il derby contro la Maxima, ma Mannion preferisce non caricarlo di significati extra. Queste le sue dichiarazioni in un’intervista al Corriere dello Sport:
«Siamo carichi naturalmente. Sarà bello e sicuramente ci sarà grande spettacolo sugli spalti, ma la viviamo come una partita normale. Dobbiamo pensare a noi.»
Il punto di partenza è la vittoria netta sulla Bertram Tortona, arrivata con una prestazione solida dell’intero gruppo. Mannion ha chiuso con 19 punti e 9 assist, numeri che raccontano una serata di controllo e qualità. Ma è il messaggio dello staff tecnico a restare impresso:
«Coach Magro ci ha detto una cosa che ho condiviso: non eravamo brocchi dopo Treviso e non siamo fenomeni dopo l’ottima vittoria su Tortona. In ogni caso hanno un valore oggettivo, allenati da Fioretti che è un ottimo coach.»
La chiave della partita, secondo Mannion, è stata la capacità di limitare gli avversari senza aspettare di raccogliere la palla dalla retina. Rimbalzi e palle rubate hanno generato tiri aperti, e da lì è emerso il talento del roster. Un gruppo che, per sua stessa ammissione, ha avuto poco tempo per lavorare insieme all’inizio, ma che ora sta recuperando terreno.
Una Serie A dove ogni partita pesa doppio
Mannion porta con sé l’esperienza di chi ha vissuto il basket NBA, e sa bene quanto il contesto europeo richieda un cambio di mentalità. Lo spiega con chiarezza quando parla del peso specifico di ogni risultato in campionato:
«Mi piace prendermi responsabilità e non mi tiro certo indietro. Intanto cerco di spiegare, anche fuori dal campo, il peso specifico di ogni partita in una lega come la Serie A. Qui non è come nella NBA dove giochi 82 partite e poi si passa alla fase decisiva con i playoff. Tra campionato e coppe, per chi le fa, vai a disputare una cinquantina di partite e allora il valore di ogni singola vittoria o sconfitta si moltiplica.»
Sul fronte EuroCup, l’arrivo di Kelly Olynyk — più di 800 partite in NBA senza contare i playoff — viene accolto con entusiasmo genuino. Mannion non nasconde la soddisfazione, anche con una battuta: i giocatori, dice, si stufano di allenarsi sempre tra di loro, e confrontarsi con una competizione europea di quel livello non può che accelerare la crescita del gruppo.
Romano d’adozione, a proprio agio tra il Colosseo e l’Acqua Acetosa
C’è anche una dimensione personale in questa avventura. Da bambino, quando veniva in Italia, Mannion viveva tra Guidonia e Ostia e chiedeva ai genitori di portarlo al Colosseo. Sognava di essere un gladiatore. Oggi quella città la abita davvero, e il fascino non è svanito:
«Ogni volta che giro per Roma rimango senza fiato. Sorrido vedendo invece che i miei concittadini sono abituati al suo splendore e quasi non ci fanno più caso.»
La quotidianità è semplice: vive vicino al palazzetto e all’Acqua Acetosa, cammina con i cani insieme alla moglie Olivia, e quando i tifosi lo fermano per strada non si sottrae mai. «In fondo anche io sono romano come loro», dice. E non sembra una frase di circostanza.





