Arrivare al PalaEur dalla zona Nord di Roma — tra Montesacro, Nuovo Salario e Tufello — era una specie di pellegrinaggio laico. Fine anni Ottanta, inizio Novanta: la metro B verso Jonio non era nemmeno nei piani e, per raggiungere la fermata Eur Palasport, bisognava mettere insieme uno o due autobus, magari il treno regionale passando per Tiburtina, poi piazza Bologna, e infine dodici fermate di metropolitana.
Un viaggio della fede, appunto. Ma ne valeva la pena. Il Palazzo dello Sport dell’Eur era la vera mecca del basket romano.
Le star NBA e la colonna sonora di un’epoca
Lì dentro passarono campioni leggendari come Brian Shaw, Danny Ferry, Michael Cooper, Ricky Mahorn — il “Bad Boy” dei Detroit Pistons — e Dino Radja, come ci ricorda Il Messaggero.
La colonna sonora era “The Final Countdown” degli Europe, sparata a tutto volume dagli altoparlanti. In campo c’era una Virtus Roma targata Il Messaggero che vinceva pochissimo: quasi niente, a essere onesti. L’unico grande acuto fu una Coppa Korać, conquistata in trasferta a Pesaro dopo aver pareggiato la gara d’andata in casa contro la Scavolini. Poco altro, ma l’entusiasmo era alle stelle.
Derby, cattedrali e il fiume carsico della pallacanestro
Prima ancora, in quella stessa arena, si era giocato l’ultimo derby cittadino tra Stella Azzurra ed Eldorado: era la stagione 1979-80. In seguito la Virtus tornò a giocare al Palazzetto dello Sport di viale Tiziano, la cattedrale dell’Eur abbassò le serrande e la pallacanestro romana riprese il suo andamento carsico — affiorando e sparendo più volte nel corso degli anni, fino agli spareggi per la Serie A2 andati male.
La NBA vissuta a Roma
Con Valerio Bianchini in panchina e gli Europei del ’91 a fare da sfondo culturale, per una generazione di ragazzi romani quel catino di cemento e acciaio rappresentava, semplicemente, la NBA.
Non una copia, non un surrogato: la NBA vera. Almeno nell’immaginario di chi, ogni domenica, ci metteva un’ora e mezza di mezzi pubblici solo per arrivarci.






