Martedì 20 ottobre, prima della palla a due contro i Philadelphia 76ers che aprirà la regular season dei campioni in carica, i Knicks riceveranno gli anelli e vedranno salire sotto il soffitto del Madison Square Garden il primo ed attesissimo stendardo dal 1973. A pochi giorni da quella serata, però, l’argomento che tiene banco a New York non è il titolo conquistato a giugno contro i San Antonio Spurs, chiuso in cinque partite con Jalen Brunson MVP delle Finals, ma il futuro di uno dei protagonisti di quella cavalcata. Karl-Anthony Towns e la franchigia sono lontani sul rinnovo, e la decisione della dirigenza di congelare ogni trattativa ha aggiunto tensione a una vigilia che doveva essere soltanto di festa.
IL NODO DEL CONTRATTO
La situazione si è irrigidita nelle ultime due settimane. Secondo le fonti di Shams Charania, l’ultima offerta dei Knicks a Towns è un quadriennale da circa 200 milioni di dollari, a fronte di un’estensione massima a cui il lungo avrebbe diritto da oltre 276 milioni. La distanza è ampia e Towns, pur dicendosi disposto a uno sconto, la considera eccessivamente al ribasso. Dopo il primo impegno di preseason ha spiegato con chiarezza che cosa cerca da questa trattativa: «Voglio fare qualcosa che tenga unita la squadra, che vada incontro ai Knicks e che allo stesso tempo dia valore anche a me».
Il 9 ottobre è arrivata la mossa che ha spiazzato tutti. Con un comunicato diffuso da un portavoce, la franchigia ha annunciato che non negozierà estensioni contrattuali fino a più avanti nella stagione, per concentrarsi esclusivamente sulla preparazione del nuovo campionato. Lo stop riguarda non soltanto Towns, ma anche Josh Hart, Miles McBride e Tyler Kolek. La reazione del centro dominicano, arrivata dopo l’allenamento di domenica, è stata tutt’altro che diplomatica: «È stata una novità per me. Molto deluso, a dir poco». Il paradosso è che Towns non ha mai dato segnali di voler andare via. Già durante il media day del 28 settembre aveva ribadito il proprio legame con la città e con la maglia, ammettendo però che una vicenda irrisolta toglie serenità a chiunque debba scendere in campo: «Ho fatto sapere che voglio giocare qui, sono tifoso da quando ero bambino».
LA SCADENZA DEL 19 OTTOBRE
La vera data da cerchiare in rosso è quella di lunedì prossimo. Entro il 19 ottobre Towns deve decidere se esercitare la player option da 61 milioni per la stagione 2027-28. Se la declina giocherà l’ultimo anno di contratto a 57,1 milioni e, senza un’estensione, la prossima estate diventerà free agent senza restrizioni. Se invece la esercita resterà legato ai Knicks anche per il 2027-28, ma non potrà rinegoziare fino alla fine della stagione. La strada più probabile è la rinuncia all’opzione, che permetterebbe al suo entourage di riprendere il dialogo durante l’anno, quando la dirigenza deciderà di riaprire il tavolo. Il rischio per New York è evidente, perché in assenza di un accordo Towns potrebbe andarsene a zero.
Non si parte comunque da posizioni inconciliabili. Marc Stein e Jake Fischer hanno riferito che il rinnovo di Towns era la priorità del front office e che il suo entourage era l’unico, tra i quattro giocatori estendibili, impegnato seriamente nella trattativa. Lo stesso Charania ha sottolineato che Towns si è mostrato disponibile a un accordo compatibile con la permanenza della squadra sotto il second apron. Reggie Miller ha letto lo stop ufficiale come un modo per evitare che a Towns e Hart venga chiesto del contratto in ogni intervista, ricordando che nulla impedisce alle parti di parlarsi a porte chiuse e che il momento dei Knicks non va sprecato: «La loro finestra è spalancata in questo momento».
DOLAN, IL SECOND APRON E L’ADDIO DI ROBINSON
Per capire la rigidità della dirigenza bisogna tornare a giugno. Il giorno prima della parata per il titolo, il proprietario James Dolan aveva escluso qualsiasi ingresso nel second apron, definendolo una di quelle scelte che nella NBA «bisognerebbe essere suicida per fare».
Quella linea ha già avuto un costo preciso. Non potendo offrirgli i soldi e il ruolo che desiderava, i Knicks hanno perso Mitchell Robinson, che ha firmato con i Boston Celtics un triennale da 47,4 milioni. Proprio Robinson aveva catturato, su un tiro libero sbagliato, l’ultimo rimbalzo offensivo che di fatto aveva chiuso le Finals contro gli Spurs. Il suo commento sotto il messaggio di OG Anunoby lascia pochi dubbi su come abbia vissuto la separazione: «Ci ho provato, fratello, non volevo che succedesse».
Al suo posto è arrivato Andre Drummond, profilo diverso ma con qualche arma inattesa. Sotto molti aspetti rappresenta un passo indietro rispetto a Robinson, ma il tiro da tre è una caratteristica che i Knicks non avevano mai avuto dai loro centri, Towns escluso, e potrebbe consentire a Brown di avere per tutti i 48 minuti un lungo capace di allargare il campo.
HART E LO SPOGLIATOIO
L’altro caso aperto è quello di Josh Hart. Il jolly dei Knicks guadagna 20,9 milioni in questa stagione, i Knicks hanno un’opzione da circa 22,3 milioni per il 2027-28 e lui potrebbe firmare un’estensione da circa 131 milioni in quattro anni. A differenza di Towns ha scelto toni concilianti, pur avendo ammesso che una situazione del genere può diventare scomoda con l’avvicinarsi della trade deadline. Dopo l’annuncio dello stop ha riportato la questione sul piano più semplice possibile: «Alla fine sono sotto contratto a New York».
A fare da garante è intervenuto il suo amico di sempre, Brunson, compagno di stanza ai tempi di Villanova, che ha allargato il discorso a tutto il gruppo e alle inevitabili oscillazioni di una stagione lunga: «Sarà un professionista, e non solo lui, lo saranno tutti».
BRUNSON E LA LEZIONE DEL BIS
Il capitano arriva alla nuova stagione dopo un’estate intensissima, tra celebrazioni, la conduzione del Saturday Night Live e soprattutto un intervento chirurgico al polso. Ha raccontato di aver giocato i playoff con dolore, convinto di non aver bisogno di un’operazione, e ha riassunto questi mesi con un’immagine efficace: «È stata l’estate più lunga e più corta di sempre, ma ne è valsa la pena».
Brunson sa già cosa voglia dire difendere un titolo, lo ha fatto al college con Villanova, e il messaggio portato in conferenza stampa riguarda proprio il rischio di accontentarsi. L’idea è replicare il metodo dell’anno scorso, un giorno alla volta, senza lasciarsi distrarre da ciò che sta intorno alla squadra: «L’approccio deve essere lo stesso, se non migliore».
IL PUGNO DURO DI MIKE BROWN
La preseason non ha restituito risultati incoraggianti. I Knicks hanno perso l’esordio a Philadelphia 120-97, poi sono arrivate le sconfitte contro Wizards e Timberwolves e infine, con i titolari e diversi veterani della panchina a riposo, il pesante 148-98 di Toronto. Brown non dà peso al punteggio, ma dopo un allenamento svogliato ha voluto chiarire le gerarchie davanti a tutta la squadra, indicando Brunson, Bridges, Anunoby, Towns e Hart come i cinque che giocheranno comunque e avvertendo tutti gli altri che si stanno giocando un posto nel roster o minuti in rotazione: «Questo è un nuovo anno, una nuova squadra. Dobbiamo guardare avanti».
Qualche risposta, intanto, è arrivata dalla panchina. Landry Shamet è stato il migliore tra le guardie con 10 punti a Philadelphia e 13 contro Washington, segnando cinque delle nove triple tentate, mentre Drummond si è preso il ruolo di primo cambio di Towns e nella prima gara al Garden ha chiuso con 8 punti, 9 rimbalzi, 4 assist e 2 recuperi. Per chi resta fuori dal quintetto il messaggio dell’allenatore non lascia spazio a interpretazioni: «Ogni giorno è una competizione».
UN EST PIÙ DIFFICILE
Le quote raccontano una squadra rispettata ma non favorita. I Knicks sono dati a +900 per il titolo e hanno la linea di vittorie più alta della Eastern Conference, fissata a 52,5. L’obiettivo è diventare la prima squadra a ripetersi dai Golden State Warriors del 2018, in una Conference che si annuncia più profonda e competitiva. I Pacers, che avevano eliminato New York nelle due precedenti campagne di playoff, ritrovano e Tyrese Haliburton dopo una stagione senza di lui, Boston ha aggiunto proprio Robinson e Philadelphia si è presa LeBron James. All’interno della stessa franchigia c’è chi invita alla prudenza, mettendo in guardia dal rischio di un calo dopo il titolo e da una possibile regressione al tiro da tre, fondamentale in cui i Knicks erano stati i migliori nei playoff 2026.
Il calendario non concede tempo per ambientarsi. Dopo la notte degli anelli contro i 76ers, nel giorno del debutto di LBJ con la nuova maglia, i Knicks torneranno a Philadelphia il 30 ottobre per aprire anche la difesa della NBA Cup. L’anno scorso erano stati i primi vincitori del torneo a rifiutarsi di appendere lo stendardo, aspettando quello che desideravano davvero. Ora che è arrivato, New York dovrà dimostrare di saper vincere anche da squadra da battere, con un quintetto confermato in blocco e un contratto, quello di Towns, che continuerà a fare rumore finché qualcuno non deciderà di chiuderlo.







