Nell’estate in cui Memphis Grizzlies ha chiuso definitivamente l’era di Ja Morant, pochi avrebbero indicato in Ty Jerome il giocatore destinato a prendersi la scena nella prima settimana di stagione. Eppure dopo quattro partite i Grizzlies sono ancora imbattuti e il loro playmaker, ventinove anni e un passato fatto più di infortuni e contratti brevi che di pagine di copertina della lega, viaggia a quasi 30 punti di media: per un giocatore che all’ottava stagione nella lega veste già la quinta maglia diversa, è l’inizio più convincente di una carriera costruita lentamente e spesso interrotta.
I 45 PUNTI DELLA PRIMA SERA
La stagione di Jerome è partita da una partita che a Memphis ricorderanno a lungo. Nell’esordio stagionale contro gli Utah Jazz ha segnato 45 punti, massimo in carriera, trascinando i Grizzlies a un netto 123-103. Ha chiuso con 17 su 25 al tiro (68%), 5 su 10 da tre, sette rimbalzi, sei assist e una sola palla persa, in appena 32 minuti e con un plus/minus di +22. Il suo precedente record prima di questa magica serata personale era di 33 punti, messi a segno con Cleveland contro Philadelphia nel gennaio 2025.
I numeri della serata hanno anche un peso storico. Jerome ha superato i 44 punti con cui proprio Morant aveva aperto la stagione 2020-21, diventando il miglior marcatore di sempre dei Grizzlies in una gara inaugurale, e ha eguagliato il quinto punteggio più alto mai realizzato da un giocatore della franchigia in una singola partita. Prima di lui solo Morant, Nick Anderson e Wilt Chamberlain avevano superato per la prima volta in carriera quota 40 proprio in una prima di stagione. La partita l’ha indirizzata subito, con 13 punti nel primo quarto e 19 all’intervallo, e l’ha chiusa con l’immagine più condivisa della serata, una tripla dalla linea del logo di metà campo a circa sette minuti e mezzo dalla fine, dopo aver allontanato i compagni con un cenno. Dall’altra parte, Will Hardy ha ammesso che i suoi esterni non sono mai riusciti a contenerlo nel pick and roll alto.
Nel dopopartita Ty Jerome dimostra immensa maturità e leadership, preferendo parlare di quello che non aveva funzionato, in particolare di un passaggio a vuoto della squadra nel terzo quarto, piuttosto che le sue prestazioni: «Per un momento abbiamo smesso di rientrare in difesa. Sono cose che non possono succedere, soprattutto quando affronteremo squadre davvero forti».
DA SAN FRANCISCO A SALT LAKE CITY
La trasferta a ovest ha confermato che la prima sera non era stata un episodio isolato. A San Francisco Ty Jerome ha chiuso da miglior marcatore della partita con 28 punti, in una vittoria per 111-108 costruita grazie a un parziale di 17-0 nel quarto periodo. Memphis era sotto di dodici a meno di quattro minuti dalla fine, poi una sua tripla a 1:24 dalla sirena ha riportato i Grizzlies a un punto, sul 106-105, prima che Cameron Boozer firmasse il canestro del sorpasso a venti secondi dal termine. Il sigillo finale è stato ancora suo, perché dopo il fallo in attacco e il tecnico fischiati a Draymond Green ha segnato il libero e poi il layup del 111-106. Una gara anche nervosa, in cui Jerome è finito in un doppio tecnico con il rookie Yaxel Lendeborg nel terzo quarto, e in cui le quattro palle perse sono state l’unica vera macchia del suo tabellino.
A Sacramento è arrivata la prestazione forse più completa dal punto di vista della gestione. I 31 punti sono arrivati con un 8 su 17 al tiro e un 1 su 6 dall’arco tutt’altro che brillanti, ma Ty Jerome ha trovato un’altra strada andando in lunetta quattordici volte senza mai sbagliare, aggiungendo sei assist e chiudendo con un +27 nel 123-112 finale. Il giorno dopo, a Salt Lake City, la serata “storta“, con 15 punti e un 4 su 15 dal campo. Anche lì però ha trovato il modo di incidere, distribuendo otto assist in una vittoria per 110-105 che ha portato Memphis sul 4-0. Capite da soli però come il fatto che una gara da 15 punti venga già considerata una gara non eccelsa fa presagire le grandi aspettative che ora poggiano sulle sue spalle. 10 punti in 24 minuti ieri nella vittoria contro i Portland Trial Blazers.
COSA DICONO LE MEDIE
Il quadro dopo quattro partite è quello di un giocatore che segna tanto senza sprecare. Ty Jerome viaggia a 25,8 punti, 5.8 assist e 3,2 rimbalzi in 29.9 minuti, con il 47.3% dal campo, il 34.4% da tre e l’88,9% ai liberi, per una true shooting del 60.4%. Il dato forse più indicativo riguarda però le 7.2 conclusioni a partita dalla lunetta, tra le più alte della lega, perché segnala un giocatore che non vive solo di tiro da fuori ma attacca il ferro e cerca il contatto. Il +12.6 di plus/minus medio, infine, racconta quanto la squadra renda meglio quando è lui ad avere il pallone in mano.
DAI SUNS AI CAVALIERS
Per capire quanto sia anomalo questo avvio bisogna tornare indietro. Nato il 8 luglio 1997 a New Rochelle e campione NCAA con Virginia nel 2019, Jerome è stato scelto con la ventiquattresima chiamata del Draft 2019 da Philadelphia ed è finito subito a Phoenix. Il suo anno da rookie con i Suns è stato un continuo inseguire la condizione, con una distorsione alla caviglia rimediata prima ancora dell’inizio della stagione e diversi passaggi in G League con i Northern Arizona Suns. Nel novembre 2020 è stato inserito, insieme a Kelly Oubre, Ricky Rubio e Jalen Lecque, nello scambio che ha portato Chris Paul in Arizona. A Oklahoma City ha trovato i primi minuti veri, debuttando con sette assist, record per un esordio nella storia dei Thunder, poi è passato per Golden State senza riuscire a ritagliarsi un ruolo stabile.
La svolta è arrivata a Cleveland, ma non subito. Nel suo primo anno in Ohio un problema alla caviglia lo ha fermato dopo appena due partite, e nella stagione successiva si è presentato quasi da sconosciuto. Il 2024-25 è stato invece quello della consacrazione, con 12,5 punti, 3,4 assist e 1,1 recuperi di media in 70 presenze, il 51,6% dal campo e il 43,9% da tre, il tutto in meno di venti minuti a sera, e un terzo posto nella corsa al Sesto uomo dell’anno vinta da Payton Pritchard, davanti a Malik Beasley. I playoff hanno mostrato le due facce del giocatore. All’esordio in post-season contro Miami ne ha segnati 28, poi contro Indiana è crollato, fino al 2 punti con 1 su 14 al tiro in gara 2, giocata da titolare, e ha chiuso la serie a 8 punti di media con il 25% da tre.
IL PRIMO ANNO A MEMPHIS DI TY JEROME
Nonostante quella serie, Memphis ha creduto in lui offrendogli un triennale da circa 27,7 milioni di dollari. Il primo anno è stato però segnato ancora dagli infortuni. Si è stirato il polpaccio destro nel primo quarto dell’ultima amichevole precampionato a Miami, è rimasto fuori per tre mesi e ha debuttato con i Grizzlies soltanto all’inizio di febbraio. Quando ha giocato ha lasciato un segno evidente, come nei 28 punti in 21 minuti a Sacramento, chiudendo l’anno a 19,7 punti e 5,7 assist in 22,6 minuti, ma le partite giocate sono state appena quindici, perché una distorsione alla caviglia sinistra gli ha fatto saltare le ultime undici gare.
I GRIZZLIES DOPO MORANT
Il contesto in cui Jerome sta esplodendo è quello di una squadra completamente rifondata. In quattordici mesi Memphis ha ceduto Desmond Bane a Orlando, Jaren Jackson Jr. a Utah e infine Morant a Portland, ricevendo dai Blazers Jerami Grant e Kris Murray, prendendo Isaiah Stewart da Detroit e scegliendo al Draft Cameron Boozer e Karim López. La scorsa stagione si era chiusa con 25 vittorie e 57 sconfitte, tredicesimo posto a Ovest, e il progetto tecnico di Tuomas Iisalo ruota ora attorno a Boozer, Zach Edey e Cedric Coward. In questo quadro Jerome rappresenta una figura diversa, un veterano che può guidare un gruppo giovane e che, proprio per età e contratto, secondo alcuni osservatori potrebbe diventare una pedina di mercato entro la trade deadline. Un avvio di questo livello, in un senso o nell’altro, ne aumenta comunque il valore.
LE CARATTERISTICHE TECNICHE
Ty Jerome non è un giocatore che vince le partite con l’atletismo. Con i suoi 196 centimetri è una guardia alta per il ruolo, che usa la statura per leggere la difesa sopra le teste degli avversari e costruisce il suo gioco sul cambio di ritmo, più che sulla velocità pura. Nel pick and roll alto rallenta, si appoggia al blocco e aspetta che il difensore commetta il primo errore, poi sceglie tra il tiro dal palleggio, il floater in area e lo scarico per il lungo, con una qualità di lettura che a Cleveland gli valeva la fiducia di chiudere le partite anche partendo dalla panchina.
Il tiro da dietro l’arco resta l’arma che lo ha rilanciato, ma l’aspetto più interessante di questo inizio di stagione è la crescita nella capacità di subire falli, che gli permette di restare produttivo anche nelle serate in cui la mano non è precisa, come a Sacramento. I limiti sono noti e riguardano soprattutto la difesa sul primo passo degli esterni più rapidi e, ancora di più, la tenuta fisica. In carriera non ha mai giocato una stagione intera da protagonista con minutaggi da titolare, e i 31 minuti di media di queste prime uscite rappresentano un carico che il suo fisico non ha mai sostenuto a lungo. Sarà questa, più ancora dei 45 punti contro Utah, la vera misura della sua stagione.




