Dopo appena 8 partite di NBA la situazione infortuni è fuori controllo. Non solo per la gravità degli stessi, ma per come in poco tempo varie superstar si siano dovute fermare. Alcuni, come quello di Jalen Williams e Jalen Suggs, sono eventi sfortunati, che dipendono poco dalla durata delle partite e dalla lunghezza della stagione. Altre situazioni, però, dimostrano quanto il carico delle partite pesi sui giocatori e quanta poca distanza ci sia tra una stagione e l’altra. Sì, è vero, da luglio a ottobre ci sono circa tre mesi in cui i giocatori possono rilassarsi e migliorare la propria condizione fisica, ma bisogna considerare anche gli impegni della offseason. Per mantenere alto il livello, il giocatore NBA non smette mai di calcare il parquet con allenamenti individuali, open runs e, andando avanti, col ritorno al lavoro in squadra. Non solo questo, anche la situazione back to back inizia a preoccupare. Quante stelle NBA dovranno subire un infortunio prima di vedere un reale cambiamento?
OKC: GLI INFORTUNI RISCHIANO DI ROVINARE TUTTO
Da contender a squadra in discussione. Gli Oklahoma City Thunder sono stati indubbiamente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Dopo appena tre partite OKC ha visto cadere due dei suoi pilastri del quintetto titolare in Jalen Williams e Cason Wallace, con Chet Holmgren che ha seguito poco più tardi. Shai e compagni dovranno fare a meno del proprio lungo per almeno 2 mesi, mentre la situazione per Williams e Wallace è ben più grave (si parla di stagione finita). Non dimentichiamoci anche di Alex Caruso, altra pedina importante nello scacchiere di coach Daigneault. Tutto ciò cambia gli equilibri ad ovest, con gli Spurs ora nettamente favoriti e altre squadre competitive come Los Angeles, Minnesota e Houston.
MINNESOTA, CE N’È ANCHE PER TE
La coppia tra Anthony Edwards e Lamelo Ball stava facendo faville. In questo inizio di stagione i Timberwolves sono partiti convincendo tutti e mettendo a tacere qualche critica su come questo duo potesse funzionare sul parquet. Ant Man, nelle sue prime partite dell’anno aveva segnato 45 o più punti ben due volte, dimostrandosi capace di poter emergere come candidato MVP. Purtroppo questa breve cavalcata è dovuta volgere al termine: Anthony Edwards, a causa di un problema ad un ginocchio, si è operato e rimarrà fuori almeno fino al 21 dicembre. Altro colpo duro per i Timberwolves, che già ad inizio anno devono fare i conti con un problema enorme.
INFORTUNI: ADAM SILVER HA LA SOLUZIONE?
Se dovessimo stare ad elencare tutti gli infortunati di tutte le franchigie NBA potremmo stare a scrivere per ore, vi lasciamo, quindi, qui la lista. Il vero punto di questo articolo, però, è un altro. La situazione infortuni e load management è una piaga che da anni affligge la lega. Tifosi che fanno migliaia di chilometri per vedere un giocatore in campo per poi vederlo 48 minuti in panchina, back to back che diventano sempre più pesanti sui corpi dei giocatori, e uno stile di gioco che, inevitabilmente visto l’aumento della dinamicità, rischia di gravare sulle prestazioni complessive. È necessaria una risposta da parte di Adam SIlver su questa situazione. La regola delle 65 partite sembrava potesse contrastare la situazione del load management, e in parte lo ha fatto, ma non ha influito sulla situazione infortuni.
Nel basket, essendo esso uno sport di contatto, è inevitabile che si verifichino questo tipo di situazioni, ma da una parte è anche possibile fare qualcosa per limitare il danno. In passato Adam Silver aveva dichiarato che i quarti da 10 minuti fossero di suo gradimento, e, di recente, è tornato sui suoi passi. Questa, oltre che ad essere una proposta per allinearsi con la FIBA, potrebbe essere una soluzione. Un altro metodo potrebbe essere quello di spalmare la stagione in maniera diversa, facendo iniziare le partite a settembre.
GIOCARE MENO PARTITE?
Completamente fuori discussione, e non c’è nemmeno bisogno di citare fonti o di scrivere trattati sul perché questa opzione non sia di gradimento della lega. Con tutti i contratti televisivi e, in generale, di broadcasting, sarebbe una perdita economica enorme. Così facendo continuano a pagare dazio le squadre, che perdono i loro giocatori migliori, i giocatori stessi, che subiscono una perdita economica su bonus e premi a causa della regola delle 65 partite (vedi Anthony Edwards), e il tifoso, privato dal vedere scendere in campo la sua superstar preferita.
Il cambiamento è, a dir poco, necessario. Adesso sta all’NBA dare una risposta.





