Denver Nuggets, squadra da non sottovalutare. Neanche se Murray è fuori per tutta la stagione, neanche se la trade che ha portato Gordon in Colorado è ancora in divenire. Perchè è vero che nel selvaggio West della NBA i Jazz hanno più gioco, i Clippers più talento individuale e Phoenix sta risorgendo dalle ceneri di anni bui, ma Denver è lì, sempre e comunque. Hanno fatto dei cambiamenti al proprio gioco e stanno “subendo” l’impatto di quel Facundo Campazzo che doveva ambientarsi prima, muoveva qualche passo poi, ed ora domina a piacimento a oltre 30′ a partita. Un impatto albicelestial del genere non si vedeva dai tempi del primo Manu, e chi scrive fatica a mettere queste parole sul foglio.
Se con Murray erano una squadra solida, stabile e capace di sfruttare il proprio talento, ora i Nuggets sono cambiati. Radicalmente. Pallacanestro più di fantasia che di costruzione, potenza e tocchi di fino che si intrecciano e generano movimento. Una motion offense che ha dei punti fermi basilari di un doppio pick and roll alto intorno al quale si sviluppano diverse option. Un primo motore immobile, citando Aristotele, che risponde al nome di Jokic e poi le gambe di Michael Porter jr a fare il resto. Situazione di gioco che potrebbe avere un’evoluzione significativa con il rodaggio di Gordon vicino al Joker, viste le doti di esplosività e di piedi veloci dell’ex Orlando Magic.
Magari sarà arrivata qualche sconfitta importante nell’ultimo periodo, vedasi Jazz e Nets, eppure quando serve la squadra fa quadrato e porta a casa il risultato. Vincere contro i Clippers e spezzare il tie breaker per la situazione di eventuale parità, battere i “Mighty Knicks” dell’ultimo periodo con autorità, e infilare uno scoreboard complessivo di 11-3 nell’ultimo mese, nonostante una squadra debilitata dagli infortuni, devono pur significare qualcosa. E le risposte arrivano puntuali se si guarda di profilo la squadra ben allenata da coach Malone.
Nuggets’ playmaker
Forse si era omesso troppo spesso di ricordare che questa squadra era devota alla mente geniale, fredda e razionale di Murray, capace di portarli sempre e comunque oltre l’ostacolo, non importa come. Basterebbe ricordarsi della sua gara su una gamba sola l’anno passato per non perdere il treno delle Finals. Da quando però il canadese è out, la cabina di regia è diventata qualcosa di più complicato da gestire, così come il ritmo, le decisioni e le spaziature. Ultimo aspetto questo, davvero importante, se hai una batteria di ali che attaccano il ferro ed il tuo centro serbo può fare qualsiasi cosa. Malone era a un bivio e alla fine, scegliendo di “non scegliere”, ha imbroccato il cavallo vincente. Fondamentalmente la squadra è alla mercè di Campazzo dal palleggio, che crea e disfa con apparente facilità, ma la regia argentina non è l’unica via. Handoff continui e angoli di blocco, permettono alla palla di viaggiare veloce e di sfruttare le doti di taglianti di Porter Jr, Barton (finchè è rimasto sano) e Rivers. E per far questo servono quelle mani da violinista che rispondono ai comandi di Nikola Jokic.
Dovesse davvero crescere l’intesa con Gordon, che da tagliante ben sopra il ferro può cambiare la dimensione del gioco dei Nuggets, allora le cose sarebbero devastanti. Denver si ritroverebbe ad avere 3 ali forti con buoni mezzi di tiro e atletici, ossia Joker, l’ex Magic e il mai dimenticato Millsap, a cui si aggiungerebbe dalla panchina il “corpo” di Javale McGee a dar manforte quando serve un totem in mezzo al pitturato. Ed una batteria così è difficile da trovare altrove. La verità è che con i “quintettoni” forse Denver non ha eguali nella lega, forse con la sola eccezione della fila “degli assassini” di Brooklyn, ma sugli esterni la rotazione ridotta costringe Malone a sovraccaricare di minuti i suoi. E se c’erano dubbi sulla schiena di Porter jr al draft qualche anno fa, il fatto di spremerlo e dargli anche il ruolo di prima punta non è che sia così una scelta oculata.

I Nuggets possono fallire?
La domanda non è così peregrina. Tralasciando anche quanto bene abbiano fatto nell’ultimo periodo e nonostante quello che è successo, non c’è un futuro così florido all’orizzonte. Le due sconfitte in fila han riproposto i Nuggets al quarto porto dell’Ovest, ad una gara di distacco dai Clippers. Qualora le cose dovessero rimanere così, sarebbe un primo turno da coin flip contro Dallas, squadra ostica come poche, che ha nel suo gestore della palla il suo punto di forza, ma che soprattutto corre il campo e lo apre con facilità. Doti molto diverse dalle big che stanno più su in classifica e contro le quali Denver si accoppia decisamente meglio. Qualora l’aggancio ed il sorpasso ai Clippers non dovesse concretizzarsi, serviranno 7 camicie (o partite) con buona probabilità per passare il primo turno e andare a sfidare Utah.
Se il miracolo dovesse avvenire, invece, poter avere – in attesa del play in – qualche giorno in più per recuperare sarebbe una manna dal cielo per vedere di reinserire Barton a pieno ritmo e provare a sfruttare anche le doti di qualcun altro dalla panchina. Il tutto porterebbe a una sfida contro Portland, che non è l’ultima arrivata, ma che darebbe vita a un bel confronto tra area pitturata ed esterno che meglio si accoppierebbe con la truppa del Colorado.

