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Home NBA

NBA: Kevin Durant Thunderstruck, non Space Jam

Domenico Landolfo by Domenico Landolfo
16 Giu 2021
in NBA
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NBA: Kevin Durant Thunderstruck, non Space Jam
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Anacronistico e impossibile da spiegare se non per il talento che gli scorre nelle vene: Kevin Durant. Ha dominato il pivotal game 5 dei suoi Nets contro i Bucks, lo ha fatto in ogni modo possibile, 52 punti, 17 rimbalzi e 10 assist che descrivono poco chi è e cosa è stato il match. La sensazione è la stessa di quella che si è vista tanto, tanto tempo fa, quando una divinità aveva preso il possesso di una maglia 23 in rosso e ci aveva fatto conoscere il basket. Non si parla di blasfemia però. Durant è il ritorno maledetto ad un basket di anni 80-90, quelli in cui ci sono buone squadre ma in cui una stella brilla di più. Ed i Nets la buona squadra la hanno per forza se si considerano i suoi big three da copertina. Eppure l’ex Thunder e Warriors ha dimostrato qualcosa che non si vedeva da tempo, una leadership, una forza di volontà nel superare l’ostacolo che si erano visti in passato poche volte: MJ e per certi versi Kobe nell’anno della vittoria con Smush Parker in cabina di regia.

GIANNIS’ DEFEAT

I Bucks avevano di tutto per vincere. Innanzitutto giocavano contro una Brooklyn costretta a ruotare in 7, viste le assenze di Irving e DeAndre, con Green e Griffin chiamati a dover mettere punti e minuti importanti a referto. A ciò si aggiunga che sono sul parquet, ma incidono poco o nulla, Joe Harris e soprattutto James Harden, che sarà anche rientrato all’ultimo dall’infortunio ma è la brutta copia di se stesso, con un paio di passaggi che nei palazzetti vecchio stile all’italiana avrebbero sicuramente rotto una lastra del soffitto. Non basta? Erano 17 le lunghezze all’intervallo, anche Connaughton stava dando un fattivo contributo alla causa, e Middleton era il secondo violino perfetto nella serata di Giannis. Eppure il Dio Greco viene scalzato da Durant. E’ lui, oltre a qualche lampo di Jeff Green a propiziare il 15-2 che di fatto ribalta le sorti del match. Per il resto, specie il quarto periodo ricorda molto da vicino la vittoria dei Bulls di Jordan sui Suns di Barkley. Un uomo solo al comando, con le chiavi del match del mano, la possibilità di fare praticamente qualsiasi cosa e la voglia di non dare scampo al nemico.

Kevin Durant ha mostrato a tutti coloro che erano suoi detrattori ai tempi di Golden State che, quando è al top fisicamente, è divinamente una spanna sopra chiunque. E che soprattutto i suoi Nets saranno anche una copia dei Monstars del primo Space Jam, ma lui è un solitario che fonda tutto sul suo talento, e non è un caso che il film cestistico di cui è protagonista – Thunderstruck – parla del suo talento e della sua individualità. Più di Lebron, che ad inizio carriera aveva una pallacanestro simile ma fondata su principi fisici diversi, la pallacanestro di Durant è il perfetto mix di egoismo e voglia di vincere. Se è vero che ha vinto tutto in un contesto di squadra come lo era quello alla corte di Steve Kerr, la verità è che di quegli anelli si possono individuare le sue giocate decisive qua e là, esattamente come è stato per i Jordan move o i fade away di Kobe Bryant.

GAME CHANGER

Il secondo tempo dei Nets non è figlio della pallacanestro “fantasiosa” di Steve Nash, bensì di come Brooklyn ha saputo adattarsi alla serata di grazia di Milwaukee. Ha continuato a farla colpire internamente, dove non si hanno ancora soluzioni difensive all’altezza, ma la scelta di far perdere ritmo e fluidità alle scelte di tiro (specie dal medio e long range) di Milwaukee si è rivelata vincente quando Harden si è iscritto alla partita dopo un primo tempo orripilante. Se poi Durant, che ha limitato i danni a 17 punti di scarto nei primi due quarti, inizia a prendere piede nella ripresa, il resto è fatto. Si badi però, è che i Nets han iniziato a sporcare le linee di passaggio e ad allungare le mani sulle palle vaganti, perchè da solo nessuno avrebbe potuto propiziare la rimonta. La grandezza di Durant, però, non si rivede nei soli 52 punti, ma anche e soprattutto nei 17 rimbalzi e nei 10 assist. La voglia di sporcarsi le mani la ha fatta da padrone. KD è stato l’esempio e l’esca, da lui si è dipartito lo sforzo che ha permesso ai bianconeri di prendersi una gara 5 che indirizza e non poco la serie.

E la domanda che ora tutti si pongono, al di là del se i Nets vincano “meglio” senza il terrapiattista, è la seguente: riuscirà Giannis, sempre scontento quando non vince l’Mvp, a rispondere all’unico atleta – insieme ad Anthony Davis – a dare il segnale che anche lui può essere egoista e devastante nella vittoria? Già, perchè Durant ha la sua dose di critiche, ma quando è in forma fisica accettabile, fa sempre vedere la sua completezza, mentre il greco vuoi i problemi ai liberi, vuoi la mano altalenante dalla lunga, dimostra sempre qualche intoppo quando conta. Basterà la sua fame di vittoria a rispondere a KD7?

Domenico Landolfo

Domenico Landolfo

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