Come si può giocare due partite per decidere la retrocessione, nel giro di un anno, con una squadra che prima hai allenato per nove anni e che poi devi provare a battere? Come si preparano le partite che decidono una retrocessione, quali fattori sono importanti, quanta pressione c’è e come si gestiscono?
Lo abbiamo chiesto a Luca Bechi nella nostra intervista One to One esclusiva.
Tu ovviamente siedi sulla panchina di Biella per qualche stagione. L’ironia della sorte a distanza di un anno, più o meno 12 mesi, giocare due partite di grandissimo pathos. Forse quelle con più pathos per non retrocedere. Prima sulla panchina di Biella a Biella e poi sulla panchina di Brindisi tornando a Biella. Sembra quasi una storia da sliding doors. Ti chiedo com’è giocare quel tipo di partite, come si preparano perché hanno un tasso emotivo e di tensione veramente altissimo e due un po’ sul caso particolare che potrebbe essere quasi unico.
Ci sono due tipi di partite, ci sono le partite quelle che servono per vincere e quelle che servono per non perdere. In realtà per non perdere categoria, è un approccio molto diverso. Poi tutte le partite sono pressione, tutte le partite sono responsabilità, tutte le partite sono impegni. Non voglio banalizzare ma è così, soprattutto poi per gli allenatori che in realtà non vanno in campo, quindi sono nelle mani dei giocatori e però allo stesso modo devono condurre i giocatori a fare un risultato. Mi ricordo benissimo quel frame, sia dall’una che dall’altra parte perché nell’anno di Biella sentivo una responsabilità clamorosa, perché io ero al mio nonno anno, cinque con Alessandro e quattro da capo allenatore. Se è vero che noi l’anno prima avevamo fatto la semifinale Scudetto e poi l’Euro Cup, arrivando a risultati impensabili ma il mio compito era lasciare la squadra che avevo trovato nel stesso punto dove l’avevo presa. Quindi riuscimmo in questo e fu un bel peso che mi tolsi, perché comunque nove anni di vita sono tanti. Peso che l’anno successivo non riuscii a togliermi a Brindisi e devo dire che per il calore delle persone, per la grande passione che c’è nel basket a Brindisi. È veramente un posto, una città, una società che mi è rimasta del cuore. Purtroppo arrivai a metà stagione in una situazione veramente disastrata e quella fu un’impresa non compiuta e che qualche volta succede nello sport. Lo sport è fatto di vittorie, di sconfitte, di ripartenze, è successo a Brindisi poi di ripartire, poi di ricadere come stagione quest’anno e ripartirà perché il ciclo dello sport e della vita è questo qui, ripartire sempre, cadere e rialzarsi. La cosa che ci tengo a dire è che anche nelle sconfitte non si deve sentire un fallito, deve circoscrivere la cosa, che altresì non è facile perché lo sport è passione e quando c’è la passione tutto viene enfatizzato.





