Durante l’intervista esclusiva che abbiamo realizzato a Dante Calabria, abbiamo ripercorso i suoi anni a Milano, dalla gara 5 contro Treviso a un piccolo ricordo di Giorgio Armani.
Parliamo di Milano. La notizia della scomparsa di Giorgio Armani ha colpito tutti nel mondo del basket italiano. Tu eri all’inizio dell’era Armani: hai un ricordo o un episodio particolare da condividere?
Per me è stato un onore far parte di quell’organizzazione. Era il primo anno del progetto: arrivammo fino alle finali, quindi fu una stagione speciale. Il signor Armani veniva spesso: essendo il primo anno, si sperimentavano molte cose a livello organizzativo, anche con le realtà di Inter e Milan. Lui c’era per sostenerci, veniva alle partite, faceva il tifo. Lo abbiamo conosciuto bene. Quando ho visto la notizia è stato difficile, perché mi sono tornati in mente quei giorni. Al di là della moda, la sua passione per il basket era reale, ce la trasmise e permise, soprattutto a Milano, di far crescere quel club che da allora ha fatto grandi cose.
In quella stagione incredibile avete vinto una gara-5 a Treviso da sfavoriti, fuori casa, contro una corazzata. Cosa è successo in quella partita e qual è stata la chiave del successo?
Fu una battaglia. Se ricordo bene il punteggio era qualcosa tipo 57-52, comunque sui 50. Due squadre molto forti. Loro erano solidissimi, ma quella Milano era costruita con gente che non mollava mai. Non segnavamo, non ci entravano i tiri, però non abbiamo mai smesso di difendere, attaccare, mettere pressione. Nel finale abbiamo messo dei canestri pesanti e i liberi. Era caldissimo, clima durissimo per vincere. Probabilmente è stata la vittoria più grande dei miei anni a Milano: contro una squadra forte e ben allenata, e noi siamo riusciti a portarla a casa.
Va citato Sasha Djordjevic, probabilmente la svolta di quel gruppo. Che impatto ebbe sulla squadra in quella gara e nella stagione?
Nello specifico della partita non ricordo i dettagli, ma Sasha fu importantissimo. Pur essendo a fine carriera, il suo impatto fu grande: lavorava con tutti, metteva a frutto la sua esperienza. A volte entrava tre-quattro minuti, segnava due canestri pesanti e tornava in panchina. Da lui ho imparato come essere sempre pronto anche giocando meno: professionista vero, sempre disponibile a parlare e ad aiutare dentro e fuori dal campo. Lo rispettavo molto.





