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“Il grande Dirk Nowitzki, alla conquista dell’Nba” (in attesa di Cooper Flagg)

Paolo Corio by Paolo Corio
8 Ott 2025
in NBA
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“Il grande Dirk Nowitzki, alla conquista dell’Nba” (in attesa di Cooper Flagg)
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Dalle parti di Dallas molti lo pensano, ma nessuno scaramanticamente lo dice. E il pizzetto biondiccio che Cooper Flagg si è fatto crescere già durante la Summer League ha accesso ancora di più le fantasie dei tifosi insieme con le sue prime uscite di pre-season in maglia Mavericks.

No, ovviamente il dimagrito e ormai californiano acquisito Luka Doncic non c’entra. L’auspicio dei supporter texani è che la stella nascente del basket professionistico americano possa far rivivere l’epopea regalata ai Dallas Mavericks dal fenomenale Dirk Nowitzki. Proprio quella raccontata da Claudio Pellecchia ne “Il grande Dirk Nowitzki, alla conquista della Nba” (66thand2nd editore, € 18), lettura perfetta in vista dell’imminente apertura di stagione per cogliere al di là del ruolo e della stazza fisica somiglianze e differenze tra il “German Wunderkind” (“il ragazzo prodigio tedesco”, uno dei tanti nickname affibbiati a Nowitzki durante la sua carriera) e il talentuoso ragazzo del Maine che punta a sua volta a dimostrarsi un fenomeno del parquet.

Primo punto di differente somiglianza, il dna sportivo: figlio di Helga, nazionale tedesca di basket, e di Jörg, giocatore di pallamano per passione, Dirk Nowitzki; figlio di Kelly, prima affermata giocatrice e poi coach di basket nella Ncaa, e di Ralph, modesto giocatore di basket universitario, Cooper Flagg. Ma se fare sport non poteva che essere una tradizione di famiglia per entrambi, la storia del n°41 di Dallas (maglia ritirata nel gennaio 2022) è ben diversa da quella dell’attuale n°32. Perché Cooper Flagg è l’ennesimo predestinato al quale è stato messo in mano un pallone da basket già nella culla, mentre l’ascesa di Nowitzki – come racconta Claudio Pellecchia con dovizia di dettagli – è sostanzialmente quella di un predestinato… dal caso.

Sì, perché dopo un poco gratificante tentativo con la pallamano e irrealizzabili sogni di imitare il suo idolo Boris Becker nel tennis, il naturale approdo alla pallacanestro del dodicenne spilungone di Würzburg (oggi nota soprattutto come sua città di nascita, un tempo solo per la presenza di alcuni affreschi del Tiepolo) non avrebbe lo stesso impatto senza il fortuito – e fortunato – incontro negli spogliatoi della palestra locale con Holger Geschwindner, che a quasi cinquant’anni gioca ancora per divertimento dopo una carriera che l’ha visto anche indossare la maglia della Nazionale tedesca.

L’anno è il 1994 e da quel momento Geschwindner, letteralmente fulminato dal vedere in azione quel ragazzino ancora grezzo ma già dalle giocate incredibili, diventa il mentore non solo cestistico di Dirk Nowitzki. “A un certo punto”, scrive Claudio Pellecchia, “è come se Geschwindner proponesse a Nowitzki un cammino spirituale più che un programma di allenamento, un percorso di analisi e introspezione volto al raggiungimento di una serenità e di un equilibrio psicofisico che possano rendere possibile qualsiasi cosa, in campo e fuori”.

Intriganti sono anche le righe successive del libro, che sintetizzano efficacemente come la formazione di Nowitzki sia qualcosa di unico e assai diverso non solo rispetto al “farsi le ossa” nei playground d’oltreoceano. “Ad esempio, le lunghe sessioni di vogate sul Meno sono molto più utili del lavoro in sala pesi per rinforzare la muscolatura di tronco e braccia senza appesantire la meccanica di tiro; le lezioni di ballo servono a migliorare il gioco di piedi e la coordinazione perché «tutto ciò che accade in un campo da basket deve essere eseguito con un certo ritmo»; le combinazioni di squat e tiri in movimento rendono il corpo più flessibile ed elastico quando si tratta di «esplodere» verso l’alto con la palla in mano; i temibili «suicidi» da una linea di fondo all’altra, fatti skippando in salto con le ginocchia alte (e non correndo, come fanno tutti), aumentano la resistenza allo sforzo prolungato e garantiscono una riserva di fiato supplementare da poter sfruttare quando gli altri sono stanchi. E poi ci sono tanti libri da leggere e altrettanti strumenti musicali da suonare, in particolare chitarra, pianoforte e sassofono, perché, come non smette di ripetergli Butler (ex-compagno di Geschwindner, ndr), il basket in fondo è come una melodia; non ci si può limitare a imparare a suonarla ma bisogna sentirla dentro, bisogna «viverla», fare in modo che scorra attraverso il corpo e l’anima”.

Quello che seguirà è un percorso fatto di impegno, scelte difficili, errori potenzialmente devastanti (a partire da quel libero sbagliato negli ultimi secondi di gara 3 delle Finals 2006 che di fatto concede ai Miami Heat di ribaltare la serie da 0-2 a 4-2) e a seguire orgogliosi riscatti. Fino ad arrivare alla definitiva conquista dell’Nba con il titolo del 2011 (4-2 sempre ai Miami Heat) e con Dirk Nowitzki ad alzare anche il trofeo di Mvp della finale. Un percorso raccontato nel libro “step by step”, o meglio azione per azione come in un lungo e affascinante replay televisivo. Un percorso che Cooper Flagg ha oggi in testa di replicare e che a Dallas sono tutti in attesa di vedere. (Paolo Corio)

Tags: 66thand2ndClaudio PellecchiaCooper FlaggDirk Nowitzkilibri di basket
Paolo Corio

Paolo Corio

Giornalista di professione, scrivo di basket per passione dall'ormai lontana stagione 1999-2000. Per BDP seguo principalmente Pallacanestro Cantù in LBA e Urania Milano in A2.

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