L’All-Star Saturday 2026, all’Intuit Dome di Los Angeles, ha confermato ancora una volta una tendenza ormai chiara: la gara del tiro da tre è il vero evento centrale del weekend, mentre la dunk contest continua a vivere di fiammate isolate.
Ma questa volta c’è stata anche una storia che ha restituito senso al palcoscenico dell’All-Star Game.
Dame Time, ancora
La serata è stata inevitabilmente di Damian Lillard.
Meno di nove mesi fa lo avevamo visto lasciare il campo nei playoff, con la consapevolezza che il tendine d’Achille fosse rotto. Nessuno immaginava di rivederlo così presto su un parquet NBA. Ancora meno che lo avrebbe fatto vincendo il suo terzo titolo nella gara da tre punti.
In finale ha superato Devin Booker e il rookie Kon Knueppel, chiudendo a 29 punti e resistendo al tentativo di rimonta di Booker, fermatosi a 27 dopo aver sbagliato le ultime “money ball”.
Con questo successo, Lillard raggiunge Larry Bird e Craig Hodges come unici giocatori con tre titoli nel contest.
E lo fa indossando di nuovo la maglia dei Portland Trail Blazers, in un ritorno dal forte valore simbolico.
“Far vivere pressione e competizione davanti ai tifosi è stata un’esperienza fantastica”, ha detto a fine gara.
È questo il senso dell’All-Star Weekend: spettacolo, narrazione, identità.
Dunk Contest: Johnson vince, ma il problema resta
La dunk contest continua a soffrire l’assenza delle superstar.
A vincere è stato Keshad Johnson dei Miami Heat, probabilmente il più entusiasta di essere lì. E quell’energia si è vista.
In finale ha superato il rookie degli Spurs Carter Bryant, incapace di completare l’ultimo tentativo ad alto coefficiente di difficoltà. Johnson aveva già impressionato con una schiacciata sopra il rapper E-40 e ha chiuso con un punteggio quasi perfetto.
Bryant aveva mostrato creatività, ma la mancanza di conversione al momento decisivo ha indirizzato la gara.
Il momento più delicato della serata è stato quello di Jase Richardson, caduto malamente su un tentativo di 360. Fortunatamente si è rialzato subito, rendendo omaggio allo spirito competitivo che aveva caratterizzato anche suo padre Jason, due volte campione nei primi anni 2000.
In definitiva, Johnson merita il trofeo. Ma il dibattito resta: senza le stelle, la dunk contest difficilmente tornerà l’evento simbolo del sabato.
Shooting Stars: Knicks decisivi nel finale
La competizione Shooting Stars, tornata in una nuova versione, ha regalato uno dei finali più combattuti.
Il Team Knicks (Jalen Brunson, Karl-Anthony Towns, Allan Houston e Rick Brunson) ha superato Team Cameron all’ultimo secondo.
Servivano quattro triple dalla metà campo per vincere: Towns ha accorciato le distanze con una bomba da oltre nove metri, Brunson ha chiuso i conti.
“Io ero fiducioso, soprattutto con Allan Houston”, ha detto Towns nel post-gara.
L’NBA ha sperimentato diverse formule negli anni. Questa versione, con Rick Brunson a servire i passaggi, ha funzionato meglio rispetto al contest delle abilità delle ultime stagioni.
Il vero vincitore del sabato
Se c’è una conclusione chiara, è che il 3-Point Contest è diventato il cuore dell’All-Star Saturday.
Le stelle partecipano.
Le storie funzionano.
Il livello tecnico è altissimo.
La dunk contest vive di fiammate individuali, ma non ha più la continuità di un tempo.
La giornata è iniziata in modo un po’ freddo per via dell’orario anticipato sulla costa ovest, ma con il passare delle ore il pubblico si è acceso.
Ora l’NBA dovrà decidere se intervenire ancora sul format o se accettare che l’evoluzione del gioco — sempre più perimetrale — abbia già decretato il suo evento principe.
Una cosa è certa:
finché c’è Dame Time, l’All-Star Weekend ha ancora una storia da raccontare.




