Nell’ultima puntata di Virtus Podcast con Dario Ronzulli si è parlato di una delle figure di riferimento del nostro basket attuale. Luca Banchi, coach della Virtus Bologna, ha parlato di sè fuori dal campo, ma anche in campo.
In questo passaggio Banchi ha ripercorso alcune delle sue emozioni più grandi prima di partite di grande importanza. La vittoria del campionato per Siena con le gare 7 vinte in trasferta, la gara 7 dello scudetto di Milano dopo 19 anni e la cavalcata della Lettonia firmata Banchi.
Sì è difficile emotivamente rimanere distanti, per me non so se è una questione caratteriale però in genere c’è tanto di me nella squadra e quindi quando la squadra gioca io sento veramente la responsabilità di vederli e di percepirli nel competere, nell’essere performanti. Non so quanto questo aiuti, ma in generale a me è di supporto a rimanere focalizzato sulla gara e riuscire a prendere decisioni che siano le più corrette possibile e in modo tempestivo perché spesse volte per un allenatore è importante anche la capacità di sapere interpretare o anticipare. A volte penso soprattutto alla vigilia di grandi partite, ho avuto il privilegio di giocare in arene gremitissime, partite di un’importanza incredibile: lo Scudetto vinto con Siena vincendo gara 7 in trasferta a Milano in quarto di finale, gara 7 in trasferta a Varese in semifinale, a Roma la vittoria Scudetto; con Milano lo Scudetto vinto in gara 7 con Forum stracolmo che aspettava la vittoria da 19 anni. Sono momenti nei quali un attimo prima della partita pensi a questa incredibile platea che ha occhi soltanto sulla squadra, su di te, sulle tue scelte, le tue decisioni e quindi potrebbe essere qualcosa che ti opprime e che ti crea una tensione assoluta.
Quando ti immagini, come mi sta succedendo con la nazionale Lettone, quando c’è un’intera nazione che ti segue, che è a sostegno della squadra e senti forte il senso di responsabilità soprattutto non essendo Lettone. C’è questo sentimento di farsi apprezzare e farsi ritenere all’altezza del ruolo perché se è difficile fare il commissario tecnico della tua nazione è incredibilmente più difficile farlo di una nazione che non è la tua, dove sai gli occhi sono tutti puntati su di te e tutti lì a giudicare se realmente tu possa essere degno di un ruolo così importante fino al punto di farti preferire a qualsiasi altro allenatore di quella nazione. In quei momenti te non voglio dire che hai il timore di sentirti inadeguato, però senti la pressione e poi inizia la partita è come se tu entrassi in una campana di vetro e sei concentrato solo sulla gara, sui tuoi giocatori, sugli avversari e sull’altro allenatore. Entri veramente in una trance agonistica che è qualcosa di talmente eccitante che io non riesco a descrivere. So soltanto che quando smetterò di allenare mi mancherà tremendamente.





