21 stagioni di professionismo, con una sequela di trofei con club e Nazionale e riconoscimenti individuali da costringere a occhiali da sole per apprezzarne tutta la lucentezza in bacheca. “Penso di aver avuto le giuste opportunità, sono stato in grado di aiutare le squadre ed essere migliore”, ci aveva detto nel febbraio appena passato: non è stato solo il Chacho a pensarlo di sé stesso, ma tutti coloro i quali sono entrati in contatto col Sergio Rodríguez-giocatore e il Sergio Rodríguez-persona.
Ogni tifoso dell’Olimpia è legittimato ad avere il proprio ricordo preferito del Chacho Rodriguez, così come ogni supporter di Estudiantes, Real Madrid o CSKA. Non c’è un’esultanza che vale più di altre, un canestro più pesante, un assist dietro schiena dal pick&roll più eccitante. Sono tutti istanti inclusi nella stessa e unica sfera di bellezza che Chacho Rodriguez ha portato a spasso con sé ovunque si trovasse. In casa come in trasferta, di fronte alle sole telecamere dei palazzetti svuotati da Covid come davanti a migliaia di cuori battenti pallacanestro.
Quanto vale, per un professionista costantemente in viaggio, riuscire a sentirsi a casa in ogni luogo? Cosa significa riuscire a connettersi con l’ambiente circostante in Spagna come negli Stati Uniti, a Mosca come a Milano? Tutto. Ancor di più se, come nel caso del Chacho Rodriguez, si è fatto percepire dai padroni di casa come un ospite, teoricamente di passaggio, ma di famiglia. Uno che c’è sempre stato, ma è come se lo fosse e lo sarà. Adiós Chacho!





