Il caso Anthony Hickey scuote l’APU Old Wild West Udine e tutto l’ambiente del basket friulano. Il playmaker statunitense è stato infatti sospeso dopo un controllo antidoping collegato alla gara interna contro la Reyer Venezia, come riportato dall’edizione odierna de Il Gazzettino – Udine. Questa la ricostruzione effettuata dal quotidiano.
Secondo quanto ricostruito dal quotidiano, il test è stato effettuato a sorpresa lo scorso 7 novembre, al termine della partita disputata da Udine contro Venezia e rientra nell’attività di vigilanza portata avanti da Nado Italia, organismo nazionale indipendente responsabile dei controlli antidoping. A risultare contestato non è l’uso di una sostanza tipicamente “dopante” in senso stretto, ma l’assunzione di un diuretico prescritto dal medico personale del giocatore, farmaco che rientra comunque nella lista delle sostanze proibite a livello agonistico.
Il Tribunale Nazionale Antidoping ha disposto nei confronti di Hickey un provvedimento di sospensione cautelare, misura che scatta automaticamente in presenza di una positività accertata in sede di primo esame. L’iter prevede ora la possibilità di richiedere controanalisi e di presentare memorie difensive, ma l’articolo del Gazzettino sottolinea come i tempi della giustizia sportiva possano risultare lunghi, alimentando il timore di uno stop prolungato per il regista americano.
Il club e le mosse di mercato
Dal canto suo, l’APU Udine ha scelto la linea della prudenza: il club ha emanato una nota ufficiale improntata alla piena collaborazione con gli organismi competenti e al rispetto delle norme antidoping, senza ulteriori commenti nel merito della vicenda. La società, delusa dall’andamento del campionato e già alla ricerca di rinforzi, fortunatamente aveva già trovato in Semaj Christon un nuovo innesto, che ora servirà anche a colmare il vuoto lasciato da Hickey.
La sospensione dell’americano arriva in un momento cruciale del calendario, con Udine attesa da scontri pesanti. L’impatto dell’assenza di Hickey è duplice: da un lato priva il coach del principale creatore di gioco, dall’altro obbliga il club a ripensare in corsa la costruzione del roster e le gerarchie nello spogliatoio.





