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Home EuroLeague

Chus Mateo: “Abbiamo giocato 88 partite, non so come abbiamo fatto”

Massimiliano Bogni by Massimiliano Bogni
5 Lug 2023
in EuroLeague, Europa, Media
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Chus Mateo: “Abbiamo giocato 88 partite, non so come abbiamo fatto”
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Altro giorno, altra umidità imperante, altri regali di rara qualità provenienti dalle masterclass del 2023 Euroleague Head Coaches Board Congress di Antalya (semicit.). Martedì 6 luglio è il secondo e ultimo giorno con 4 appuntamenti dedicati a tutti gli Alumni dell’EHCB. Il primo è il clinic di Dusan Alimpljevic, oggetto del contendere: difesa sui “killer shooter”, come cambiare la loro dieta di tiro palla in mano o sugli scarichi. Il 37enne allenatore del Beşiktaş, che aveva spaventato l’intera EuroCup 2021/2022 con la cavalcata dei “cani” di Bursa, si dimostra una delle giovani menti cestistiche più affascinanti del panorama europeo, pur avendo allenato in EuroLeague solo per uno spezzone di 2017/2018 la Stella Rossa:

Non ci sono principi e sistemi migliori di altri se non si riesce a convincere il gruppo a giocarli. Amo definire i giocatori nel momento del tiro come non-shooter, shooter e killer shooters. Questi sono coloro che hanno bisogno di meno di 2 metri e 2 secondi per concludere: JayCee Carroll, Kyle Guy, Alex Bouteille, Billy Baron, Belinelli… La pallacanestro di oggi è fisica come non mai, alcuni difensori sono aggressivi come animali, ma i killer shooters sono abilissimi nel prevenire la difesa con un lavoro di finte che spesso non viene sottolineato.

Difendere contro i tiratori come loro è possibile. Non si può togliere qualsiasi opzione, è naturale, ma la bontà della difesa sta nell’abbracciare il rischio. Bisogna accettare di rischiare: è obbligatorio dare una chance ai giocatori di sbagliare, di fare errori e di capire cosa aggiustare nella stessa situazione. Anche perché marcare alla stessa maniera tutti i realizzatori potrebbe far credere ad alcuni di essere grandissimi tiratori anche quando non lo sono. Lo pensano, ma non lo sono.

Il regolamento è cambiato, tutelando i tiratori nel momento della ricezione e della conclusione. Perfetto, è giusto così: ma quanto conviene anche a noi coach concedere che venga punita oltre il proprio merito una buonissima difesa? Mi ci metto anche io: quest’anno è arrivato Freeman da Venezia, uno dei giocatori che sfrutta di più l’allungare la gamba in modo innaturale durante il tiro, e non ho fatto abbastanza per cambiare la sua cattiva abitudine. Un bene per la situazione specifica non fa il bene della pallacanestro.

Non solo di head coach si parla quando si parla di staff tecnico. Esistono ormai una schiera di assistenti preparatissimi, coinvolti non solo negli allenamenti ma anche nelle decisioni durante le partite. Uno di questi è sicuramente Alberto Seravalli, ex allenatore di Varese e offensive assistant di Scariolo alla Virtus Bologna, ha preso microfono e situazione in mano nel primo pomeriggio, offrendo preziosi consigli in merito allo scout e alla preparazione degli aggiustamenti con cui affrontare la singola partita:

Non possiamo permetterci di lasciare sempre carta bianca ai giocatori. Lo studio dei video e delle partite nostre e degli avversari sono prerogative dello staff, siamo noi a indicare cosa è meglio fare. Sono i numeri stessi a indicarci un sistema di base da seguire durante la stagione senza concedere libera scelta in ogni possesso. Ciò non significa che i giocatori non abbiano voce in capitolo nella preparazione della gara: se in squadra ci sono ex compagni di Voigtmann è naturale chiedere loro consigli su ciò che le statistiche raccontano. Conoscere le abitudini e le preferenze di ciascun avversario, se preferisce tirare direttamente o mettere palla per terra, è una componente da mettere a bilancio coi dati.

Allo stesso modo, se in allenamento un propone un movimento diverso è compito nostro mostrare cosa sia più giusto da fare, magari accorgendoci che aveva ragione lui. Come sempre viene prima il bene della squadra, il confronto coi giocatori è un aiuto reciproco.

Nel 2023 si sente parlare sempre più di lunghi che aprono il campo, trasformando il sistema d’attacco nella cosiddetta 5-out Offense. A individuarne i principi e le caratteristiche determinanti è Stefanos Dedas, attualmente assistente di Itoudis al Fenerbahce ma con alle spalle già un passato da capo allenatore della nazionale slovena e dell’Hapoel Holon:

Cosa aspettarsi quando tutti i giocatori sono posizionati sul perimetro? Rendere tutti pericolosi, anche quelli meno dotati offensivamente. Se abbiamo giocatori meno talentuosi nel creare con la palla in mano bisogna renderli attivi aprendogli spazi. Un giocatore può essere un’arma dal perimetro anche senza essere un tiratore, solo se nelle giuste condizioni. E, in una pallacanestro con corpi sempre più grandi, la 5-out Offense è la soluzione migliore. Può funzionare sia contro il Fenerbahce, il Maccabi, l’Olimpia come in Prima Divisione.

 

Dulcis in fundo, come dicono quelli bravi, un dialogo tra i rappresentanti dei coach di EuroLeague e ELPA (Associazione Giocatori di EuroLeague). Il proscenio è concesso a 4 voci che non hanno bisogno di ulteriori presentazioni: Bostjian “Boki” Nachbar, Chus Mateo, Dimitris Itoudis e Sarunas Jasikevicius. Piatto ricco, estratti illuminanti tra contratto collettivo, viaggi e numero di partite ci ficco:

BOKI NACHBAR (rappresentante ELPA)

Il problema per i giocatori non è il numero di partite ma sono i viaggi per farli. Nessuno ci ha avvertito nel momento in cui si è pensato di inserire le partite del Play-In, ma per i giocatori non significa tanto 1 o 2 partite in più ma 1 o 2 viaggi in più, ovvero 2 0 3 allenamenti in meno e 1 sessione di fisioterapia in meno.

Nella seconda parte di stagione, quella più importante, dove si dovrebbe innalzare il livello di gioco, i giocatori sono stremati. Non sarei sorpreso se dopo Gran Canaria anche la prossima vincitrice di EuroCup rinunciasse al posto in EuroLeague: senza un accordo che coinvolga anche i giocatori che, senza garanzie chiare, costringono i club a un costo maggiore a livello di stipendio, il budget è destinato ad aumentare notevolmente senza che lo facciano in contemporanea i ricavi.

Ormai ci stiamo sparando nei piedi se continuiamo a mantenere lo status quo, in nessun modo convinceremo nessuno dagli Stati Uniti o da altre parti del mondo a giocare in Europa se nemmeno i giocatori europei preferiscono rimanere qui. Coloro che decidono di andare in NBA non credete che non soffrano, in fin dei conti il loro status cambia passando dall’EuroLeague agli USA. Ma molti qui non vedono le circostanze per rimanere e se ne vanno il prima possibile.

Una richiesta non impossibile a nostro avviso è quello di unificare la durata del training camp di tutti i club di EuroLeague. La cosa è sottolineata da noi da molto tempo ma, onestamente, nemmeno voi coach hanno fatto molto per mettere la pulce nell’orecchio a EuroLeague…

CHUS MATEO (coach Real Madrid)

Quest’anno abbiamo giocato 88 partite. 88. Abbiamo giocato la serie col Partizan intervallata da 3 partite di ACB, non so nemmeno io come abbiamo fatto a resistere a quelle due settimane. In Spagna abbiamo 18 squadre, potremmo iniziare a ridurre quel numero…

Spesso si paragona il numero di gare in NBA con quelle delle squadre europee. Non è lo stesso, siamo sinceri: dalla Supercoppa di ottobre alle finali di ACB di giugno ogni partita ha un peso specifico maggiore!

DIMITRIS ITOUDIS (coach Fenerbahce)

Dobbiamo trovare una soluzione sui calendari, assolutamente. Non c’è più respiro tra una stagione e l’altra, tra una competizione e l’altra. Nella mia visione la pallacanestro significa Playoffs, idealmente vorrei tornare al format delle finali al meglio delle 5.

Nelle diverse nazioni ci sono clausole assicurative già presenti per legge nei contratti, mentre in altre no. Non è nemmeno corretto parlare superficialmente di differenza di stipendio se in uno sono comprese molte più spese e in un altro molto meno.

 

SARUNAS JASIKEVICIUS (ex coach Barcellona e Zalgiris)

20 anni che ne stiamo parlando, e ancora non siamo giunti a una conclusione sulla riduzione di partite. Siamo tutti d’accordo che più serie Playoffs ci sono meglio è, ma ciò significherebbe togliere partite ad altre leghe che, giustamente, non sarebbero per niente d’accordo. Non importa quanto sia grande il budget di una squadra, se la priorità della squadra è quello di garantire le migliori strutture e condizioni di lavoro ai giocatori tutti saranno contenti di venire a giocare lì. E un contratto collettivo non potrebbe che migliorare la situazione.

La questione a mio avviso è diventata problematica quando si è accorciata la preparazione estiva. Se si tolgono settimane a quella si tolgono settimane non solo di lavoro sul campo ma anche di prevenzione degli infortuni. Noi allenatori non abbiamo altri obiettivi se non quello di portare la squadra alla vittoria, non siamo interessati a segnarne 20 o guadagnare di più l’anno dopo: gradiremmo avere le condizioni migliori.

Massimiliano Bogni

Massimiliano Bogni

Hoosier. Bergamasco. Atalantino. Iscritto a Lettere Moderne in UniMi. A seconda del contesto, non necessariamente in quest'ordine. Sempre in attesa di recuperare da terra ogni briciolo di sport.

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