Poi c’è il capitolo nazionale azzurra, e lì sono molti più i rimpianti che le gioie. Ha fatto parte, essendo uno dei top, del gruppo più talentuoso, profondo e ambizioso della storia della nostra nazionale.
Ma prescindendo dal tema “nazionale più forte di tutti i tempi”, che non ha ragion d’essere ed è fuori dal fulcro del discorso, Danilo ha sempre risposto presente alla nazionale: è stato uno dei più belli e identificativi rappresentanti della maglia azzurra.
Certo, il fatto che quella generazione — con Belinelli, Bargnani, Gentile, Hackett e gli altri — non abbia raggiunto un vero risultato d’onore rimane una macchia nelle carriere dei giocatori più rappresentativi.
Però lo sport è così, e questo non deve trasformarsi in etichette affrettate e inutili che noi siamo spesso abituati a dare e a non togliere più, indipendentemente da tutto.

Si è contestato tanto il giocatore quando ha detto di voler vincere a tutti i costi, accettando offerte come quella degli Hawks, molto più remunerativa. Ma forse è più un “bias” comunicativo che una scelta da condannare.
Di certo, se si dice di voler vincere a tutti i costi, i soldi devono venire in secondo piano; ma è anche vero che questo è un lavoro e il lato economico è un fattore importante. E fare i conti in tasca agli altri siamo tutti bravissimi.
Quindi, l’unica cosa che forse si può obiettare è la comunicazione d’intenti romantica all’interno di un business, ma nient’altro.
Ieri un giocatore con questa storia, questi successi e questo lungo e incredibile viaggio ha detto stop al basket giocato. E il ricordo di Danilo giocatore non se ne andrà per tanti, tanti anni.
Quello che ci ha regalato è qualcosa di unico, in quanto capostipite di quelle emozioni. Poi ognuno ha la sua idea.
Però per me, sì, è il giocatore più forte della storia del basket italiano.
Grazie Danilo, buona (seconda) vita.





