Lo abbiamo visto varcare l’oceano, lasciando un vuoto a Milano, con cui è sempre rimasto legato e con cui sembrava dovesse esserci un ritorno di fiamma. Ma, tolta la parentesi del lockout, quel ritorno non c’è mai stato davvero, sebbene se ne sia parlato tanto… pure troppo.
A New York sembrava arrivato il momento della consacrazione e invece i problemi d’infortuni alla schiena e la necessità di “costruirsi la corazza”, come noi profani banalizzavamo la parte fisica del basket USA, lo hanno portato a fare fatica.
Ricordo di essere stato al Madison Square Garden a vedere Knicks-Sixers, con Danilo in procinto di rientrare a pieno ritmo. Faceva uno stint in campo, poi si fermava, e mentre era in panchina veniva trattato a una schiena che sembrava non potesse reggere l’urto di un basket così fisico. Considerata la venerazione e le aspettative che avevo su Danilo, era una cosa che mi feriva.
Poteva starci in NBA, poteva mettere in fila tanti americani “presunti forti”, eppure non riusciva perché il fisico non lo assisteva. E purtroppo è un leitmotiv che lo accompagnerà per tutta la carriera.

Poi arriva il momento in cui può stare in campo, può giocare e dimostrare il suo valore. E i Knicks prendono il volo con Mike D’Antoni: gioco veloce, roster particolare, d’arrembaggio, attacco e ritmo. Lui dimostra quello che è: un campione.
Sembra tutto apparecchiato per il definitivo salto perché, si sa, come dice Jay-Z: “Since I made it here (NYC) I can make it anywhere”. E tutti ci immaginiamo i Knicks che lottano per il titolo dopo il 1983 e un italiano a guidarli. Si sognava.
Ma poi arriva la trade di Carmelo Anthony che cambia tutto. Danilo va a Denver e deve un po’ ricostruire tutto. Passa da un genio, D’Antoni, a un altro, George Karl, e qui, se possibile, si alza l’asticella: diventa il volto e le mani di una squadra che gioca, vince, diverte e strizza l’occhio alla lotta per il titolo.
I tifosi italiani tornano a gioire, ma arriva il crack: in una penetrazione il ginocchio salta ed è il momento in cui la sua carriera cambia. Rimane quella di un campione che ha saputo rimettersi in piedi con grande forza e classe, ma purtroppo non è più stata la stessa.
Nel momento più alto, la picchiata è forte e, nei miei occhi, Danilo non è stato più lo stesso. Ha dispensato talento, ha mostrato più e più volte la sua grandezza, ma non era più “quel Danilo”: quello che poteva vincere un titolo NBA da protagonista, quel talento che può anche aiutare a cambiare le sorti di una franchigia.
Da lì arrivano il ritorno a Denver, l’esperienza ai Thunder, ai Clippers, agli Hawks e le tappe finali che lo hanno portato alla conclusione della sua carriera: senza un ritorno a Milano, senza un ritorno in Europa, ma con una degna chiusura a Porto Rico che gli ha consegnato l’unico titolo della carriera.
Può essere visto come un “contentino” per una carriera che avrebbe potuto raccogliere di più, ma un titolo è un titolo. E vincerlo da miglior giocatore è un buon modo per finire.
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