Maurizio Gherardini ai nostri microfoni è tornato su un tema molto spinoso, ovvero quello dei giovani da lanciare o da fare giocare. Si tratta di italiani, ma non solo e gli esempi di altre realtà europee sono sotto gli occhi di tutti.
Vedi una correlazione tra crescita del campionato e qualità della Nazionale? E, sul tema italiani, meno protezione e più meritocrazia è una via praticabile
È una situazione da considerare in tutti i suoi aspetti e coinvolge tutte le parti, non solo la Lega. Ho vissuto contesti diversi: in NBA (Toronto) c’era totale libertà; in Turchia c’erano obblighi di presenza in campo; altrove l’opposto. Penso che i giocatori debbano crescere per qualità, non per passaporto. In generale, c’è “fame di talento”: i talenti, alla fine, giocano. Un giocatore migliora se, presto nella carriera, ottiene un ruolo in situazioni di qualità e sotto pressione: è il modo migliore per crescere. Dobbiamo studiare come metterli presto sotto pressione e con obiettivi veri. La Spagna ha fatto esempi (Under 22), ma a 22 anni spesso sei già “da qualche parte”; bisogna studiare cosa sia davvero utile. Alla Supercoppa, vedendo in campo un 2008 come Niang, si capisce subito che certi giocatori hanno qualità per svilupparsi a un certo livello. Il nostro sforzo deve essere creare, il prima possibile, quelle situazioni di pressione “buona” per accelerarne la maturazione. Il sistema attuale è un compromesso: va guardato l’insieme e valutato se si possano fare le cose diversamente, osservando anche cosa funziona (e cosa no) in altri Paesi. L’esperienza di club management mi insegna di stare molto attento a come si favorisce lo sviluppo del giocatore e di non fermarmi al passaporto.
Perché tanti giovani devono andare all’estero (per esempio in Germania o al Megabasket) per giocare? Non c’è spazio qui per valorizzarli?
È uno dei punti su cui dovremo lavorare, soprattutto con la Federazione: serve un dialogo continuo, siamo nello stesso ecosistema. Rispetto ad altri Paesi, in Germania si è fatto un salto su strutture e sostenibilità: i club non spendono ciò che non hanno, accettano il concetto di retrocessione “pesante” e sono più propensi a prendersi rischi sui giovani. Ulm è diventata un trampolino: buona organizzazione, impianto nuovo (non enorme), spazio ai giovani; ormai c’è la fila di agenti per mandare giocatori a Ulm perché così crescono e hanno un posizionamento migliore sul mercato, fino al salto oltre oceano. A Belgrado, Megabasket fa qualcosa di analogo. In quei contesti non c’è il “panico” del perdere tutto se si rischia; in Italia, invece, quel rischio viene percepito spesso. Non si può pretendere che una squadra che punta all’Eurolega o al titolo “rischi” in modo strutturale sui giovani; può farlo di più una squadra di medio o medio-basso livello. Ma la paura di perdere porta a rischiare meno e diventa sempre più complicato lanciare i giovani.





