HomeNBAHeat: con l'arrivo di Giannis Miami ha fatto lo step definitivo?

Heat: con l’arrivo di Giannis Miami ha fatto lo step definitivo?

Tra i tanti movimenti a cui abbiamo assistito due hanno rubato la scena: la firma di LeBron James ai Philadelphia 76ers e lo scambio che ha portato Giannis Antetokounmpo ai Miami Heat. Il greco ha salutato il Wisconsin dopo 13 stagioni, un anello, un MVP delle Finals, due MVP della regular season, sette All-NBA First Team, due All-NBA Second Team, un DPOY, quattro All-Defensive First Team (e un Second Team), un MIP, 10 partecipazioni all’All-Star Game e un MVP dell’All-Star Game. La lista potrebbe continuare, ma non ci sembra il caso di elencarla tutta.

Nel complesso si può dire che “The Freak” il suo lo ha fatto. Ha condotto al successo una franchigia che non vinceva un titolo dai tempi di Oscar Robertson, inserendo un piccolo mercato come Milwaukee al centro della mappa geografica NBA. Soprattutto, Giannis ha dato tutto se stesso a una città che lo ha visto arrivare smilzo e scordinato dalla seconda lega greca e che lo lascia andare vincente e sicuro dei suoi mezzi a caccia di un secondo anello, ma questa volta in un contesto più “cool” e popolare come Miami. E proprio qui nasce però un dubbio: gli Heat sono veramente la franchigia giusta per le ambizioni di Giannis? E soprattutto con l’arrivo del greco hanno veramente fatto l’ultimo passo per poter diventare una contender?

Gli Heat sono davvero diventati una contender con la firma di Antetokounmpo?

La cosa peggiore che può succedere a una franchigia NBA non è quella di avere il peggior record della lega (chiedere a Philadelphia e OKC, due squadre fondate su anni di buio e rebuild), né tanto meno quella di perdere o venir “costretti a scambiare la propria stella”, se si è bravi a vedere il talento nei giovani il draft ti dà sempre la possibilità di trovarne un’altra. Il peggior male per un team è senza dubbio quello di finire in quella situazione che gergalmente viene definita “limbo”. Ossia diventare una franchigia che per diversi anni si rivela troppo forte per “tankare”, ma non abbastanza per competere per il titolo. La caratteristica principale è quella di chiudere una serie consecutive di stagioni a cavallo tra il settimo e il decimo posto, fare i play-in, magari vincerli e arrivare ai playoffs, disputare il primo turno e uscire.

Questo è ciò che è successo a Miami negli anni post Big Three (LeBron-Wade-Bosh) con due exploit che però sembrano più l’eccezione che la regole (le Finals nella bolla di Orlando e quelle di qualche anno fa partendo con il seed n.8). Nelle ultime dodici stagioni gli Heat hanno fatto i playoffs in otto occasioni, chiudendo solo due volte con un record negativo (anche se mai abbastanza per avere una scelta molto alta al draft). Di queste otto, quattro volte è arrivata l’eliminazione al primo turno, una al secondo, una alle Finali di Conference e due alle già citate Finals.

Insomma nell’ultimo decennio Miami è diventata una franchigia con alte probabilità di fare i playoffs, anche per via della solidità del suo front office (con a capo quel genio di Pat Riley) e soprattutto dello staff tecnico (guidato da Erik Spoelstra), ma che difficilmente puntava veramente al bersaglio grosso e soprattutto non aveva mai avuto una stella così ingombrante come il greco. Jimmy Butler è l’unico che ci si è avvicinato, ma stiamo parlando di due giocatori con uno status decisamente differente.

Cosa porta Antetokounmpo a Miami

L’arrivo di Giannis Antetokounmpo ha inevitabilmente cambiato le prospettive dei Miami Heat. Dopo anni trascorsi alla ricerca di una superstar capace di riportare la franchigia ai vertici della NBA (sono diverse offseason in cui qualunque stella chieda la trade viene accostata alla squadra della Florida senza successo), Pat Riley è finalmente riuscito a mettere a segno uno dei colpi più importanti dell’estate.

Nonostante arrivi da una stagione difficile ai Bucks (chiusa senza neanche partecipare al play-in) Giannis rappresenta uno dei giocatori più dominanti della lega. La sua capacità di incidere su entrambe le metà campo, unita all’esperienza maturata nelle Finals del 2021, garantisce a Miami una stella attorno alla quale costruire ogni ambizione. In un sistema guidato da Erik Spoelstra, uno degli allenatori più apprezzati della NBA, il greco sembra avere tutte le caratteristiche per esprimersi al massimo.

credit Ipa Agency

Ma come si incastra con il roster attuale?

I dubbi, tuttavia, riguardano ciò che c’è intorno ad Antetokounmpo. Anche perché, per arrivare a Giannis, Riley ha dovuto cedere ai Bucks tre giocatori del calibro di Tyler Herro, Kel’el Ware e Jaime Jaquez Jr., oltre a una vagonata di scelte: la tredicesima scelta assoluta del draft 2026 (trasformatasi in Nate Ament), i primi round del 2031 e 2033, il diritto di swap nel 2030 e un secondo giro del 2033. Certamente non stiamo parlando di tre uomini franchigia, ma Herro era il secondo violino di Miami, Ware è un prospetto molto interessante che Spoelstra stava sgrezzando e nel quale si intravede gran potenziale e Jaquez è un role player di ottimo livello.

Nessuno dei tre, quindi, è una perdita in valore assoluto, ma dopo la trade gli Heat sono chiamati a ricostruire un roster solido intorno a Giannis e a Bam Adebayo, e qui arrivano i complimenti al GM per essere riuscito a tenere il centro americano che sicuramente farà faville in coppia con il greco. Se sotto entrambi i canestri non ci saranno problemi, nella fase difensiva stiamo parlando probabilmente della miglior coppia di lunghi della lega insieme a quella dei Cavs, a cui va aggiunto l’arrivo del fido Bobby Portis (anch’esso inserito nella maxi trade) che farà da veterano in uscita dalla panchina. Lo stesso non si può dire del backcourt e della panchina.

I dubbi nascono soprattutto nella posizione di playmaker

Il duo Davion MitchellTim Hardaway Jr. presenta sicuramente due ottimi role player, solidi e con punti nelle mani. Sicuramente ti garantiscono molto in fase difensiva, però in fase offensiva uno si aspetta un altro tipo di playmaker vicino a Giannis. Anche dalla panchina, Simone Fontecchio e Pelle Larsson sono due che possono giocare sia da due che da tre, ma il ruolo di point guard sembra attualmente vacante con Dru Smith e il secondo round di quest’anno Ryan Conwell (37esima scelta assoluta da Louisville) che sembrano i principali contendenti.

E siamo sicuri che Andrew Wiggins sia il terzo violino adatto? Il numero 22 di Miami lo ha già fatto, anche vincendo un anello ai tempi dei Warriors, ma in una struttura di squadra e in un contesto diverso. Lì giocava a fianco di un playmaker come Stephen Curry, intorno a cui girava tutto il sistema e aveva finalmente trovato la sua dimensione. La sensazione è che, con due figure così ingombranti nel pitturato come Giannis e Bam, sarebbe più adatto un tre che abbia come principale caratteristica il tiro dalla lunga distanza per allargare il campo e non permettere alla difesa di poter collassare nel pitturato, o di poterla punire, in caso prenda questa scelta. 

Per arrivare ad Antetokounmpo, insomma, Miami ha inevitabilmente sacrificato parte della profondità del roster. Gli Heat hanno spesso costruito i propri successi sulla capacità di trovare protagonisti inattesi e valorizzare giocatori di sistema, ma affrontare una lunga stagione e quattro serie di playoffs richiede rotazioni solide e affidabili, che il reparto guardie non sembra avere. È probabile che arrivino ulteriori aggiustamenti in corso d’opera e si cercherà di “arricchire” soprattutto la posizione di point guard nei pressi della trade deadline. Oggi, però, il supporting cast non sembra essere all’altezza delle altre grandi contender.

Quindi la scelta di Miami è corretta?

Nel complesso, gli Heat hanno certamente alzato il proprio livello e oggi possono essere considerati tra le principali candidate al titolo. Allo stesso tempo, è probabilmente prematuro affermare che abbiano già completato il puzzle. Il talento di Giannis sposta gli equilibri, ma la storia recente della NBA insegna che le squadre campioni si costruiscono anche attraverso profondità, continuità e affidabilità dei comprimari.

La sensazione è quindi che Miami abbia fatto un passo enorme, ma non necessariamente quello definitivo. Se il supporting cast riuscirà a crescere durante la stagione e a dare garanzie nei momenti più delicati, gli Heat potranno giocarsela con chiunque. Se invece emergeranno i limiti della panchina e delle rotazioni, il solo arrivo di Giannis potrebbe non essere sufficiente per riportare il titolo in Florida.

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